Piccola morte

Conserva un residuo
d’amore
per quando andrai via,
abbi un’ultima cura
per me.

E vai via
senza farti sentire,
e vai via a piedi scalzi,
e vai via come un gatto;
esci come la notte
mentre ancora sonnecchio,
non guardarmi neanche,
dammi un bacio di vento,
non lasciarmi
un biglietto, né un fiore
all’ingresso.

Tanto il muto passare
delle ore,
il compianto di tutte le cose
mi diranno di te.

Ma la porta, ti dico,
la porta tu lasciala
un poco socchiusa,
fai passare l’odore
del giorno,
e la luce che attende
il risveglio.
Cosicché,
non appena vorrò,
potrò uscire
e tu, forse, volendo,
tornare.

Rendi dolce
come un lento risveglio
questa piccola morte
apparente.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Pedro Tapa

Si ringrazia massimolegnani per avermi suggerito di cambiare il finale

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La natura d’inverno

Ho trovato più conforto nella natura d’inverno che nella moltitudine delle tue parole.

 

Inconsapevole, camminavo dentro al mio mondo, senza accorgermi di avere accanto e tutt’intorno un’amica silenziosa che mi seguiva ad ogni passo.
Era uno di quei giorni in cui ci si sente soli, incompresi e diversi, o forse era solo uno di quei giorni in cui si vede più lucidamente la reale condizione dell’esistenza umana. Le persone, così apparentemente simili a me, erano soltanto piccoli pianeti lontani e irraggiungibili. Forse anche di un’altra galassia.
Lei invece era lì, era come me, e mai avrei pensato di trovare conforto in ciò che ad un occhio poco attento può sembrare così estraneo e incomprensibile.
Aperti veramente gli occhi, mi accorsi che mi stava cingendo tutta intorno nell’abbraccio più caldo che umilmente potesse offrirmi e con stupore e gratitudine non potei fare a meno di notare tutto quello che ci rendeva così simili: i colori tetri, le foglie secche, i rami vuoti, quegli scheletri lignei senza carne ad ammantare l’osso, esposti al freddo che conficca, senza pena, spilli addosso, come il mio corpo, nonostante io avessi la pelle, il maglione, il cappotto, la sciarpa e anche quel berretto di cui mi vantavo tanto per il suo tenermi al caldo.

Tutto ciò, però, non bastava.

In fondo, io e la natura d’inverno, eravamo entrambe parimenti scoperte.

Solo un piccolo particolare la distingueva e le conferiva una serenità a me sconosciuta. Io quel freddo non lo accettavo, con tutti quegli spilli, col dolore, la tristezza.
Era una continua lotta tra com’era e come doveva essere.
Invece, la mia nuova e singolare amica lo sopportava di buon grado, restando immobile e impassibile, sebbene presente. Tutta secca era e tutta secca si accettava. Io ero secca e invece volevo fiorire come a primavera; ma primavera ancora non era.

Aspetta – credetti di sentire d’un tratto. Aspetta. Accogli.

Piano piano la nebbia fitta che offuscava la mia mente iniziò a dipanarsi.
Non eravamo morte, né senza speranza, non era per sempre, eravamo solo sospese. In attesa di. Era tutto momentaneo. La sua primavera sarebbe arrivata il ventun di marzo o auspicabilmente qualche giorno prima, la mia sarebbe potuta arrivare tra un mese, una settimana o – chissà – magari anche meno.

Alla fine, forse, ero persino più fortunata io.

E le poche figlie sempreverdi che mostravano orgogliose il loro inarrestabile vigore non le creavano tormento o frustrazione perché non desiderava che tutte le altre fossero come loro. Da madre amorevole e paziente attendeva giorni migliori, i giorni in cui anche tutte le altre figlie, che erano poi la maggior parte, sarebbero state pronte a rifiorire dopo il lungo l’inverno, coi loro nuovi colori, i rami più robusti e i timidi fiori variopinti che l’avrebbero adornata con garbo ed eleganza rendendola meravigliosa più che mai.

Tornerai ad essere meravigliosa anche tu – mi disse salutandomi.

 

Così ti ringrazio, mia cara amica, perché, non so se con queste poche parole immaginate o con la tua sola imponente e garbata presenza, sei riuscita a scaldarmi un remoto angolo di cuore, e mentre tornavo a casa, proprio lì, in quel preciso punto, una piccola gemma di felicità stava già nascendo.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Sandra Dieckmann

Persino amore

La pelle con il tempo
ha fatto il suo lavoro,
risplende sugli sfregi
del passato,
e intento di altra pelle
potrebbe esser carezza
e non per forza altro dolore,
persino cura,
persino
amore.

Qui l’oggi si offre bianco
come un foglio mai aperto,
un fiore in sé raccolto
che nel buio si rinnova,
ma io soltanto vedo
il mio passato,
lì dove la ferita
si squarcia nel ricordo,

e seguono a proteggermi
due occhi spalancati
sulla schiena.

Magari basterebbe
socchiuderli un momento,
scordare un vecchio pianto,
abbandonarsi al corpo…

e poi,
può pure darsi,

stupirsi.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Rachel Levit

Lasciare, andare via

Il ramo teso si è spezzato
sotto il peso dell’attesa
e del silenzio,
e più non voglio riattaccarlo
d’illusioni e finti fiori
a primavera.

Resta lì – tronco –
rigido ai miei piedi,
memoria dell’eccesso
e del perduto,
e la sua vista mi sarà
presenza e assenza,
precetto del lasciare andare via
l’inutile e dannoso
sostenere.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Ensee (Mi-Kyung Choi)

Il principio di un amore

Quanto fragile può essere
il principio di un amore,
quanto effimera
la luce del germoglio;
quanto forte la speranza
di resistere agli eventi,
all’incostanza nella cura,
la dipendenza
dal nostro essere acqua pura,
o vento caldo e dirompente.

Così teniamo,
tenere, le mani
come attorno a una fiammella,
per poi scontrarci senza accorgerci
di stare a calpestarlo.

Chiediamo troppo a questa vita
che non si sa cosa sarà?

Se quercia eterna,
o getto breve della terra.

La sua risposta è già riposta
nel suo seme.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Kristine Graudule

Una sera di pioggia

Il corpo appena nudo
un’onda in movimento
sdraiato sul sedile
di una renault spenta;
le nubi già intessevano la pioggia
mentre una donna sirenetta
giocava a farsi mare,
e un dito d’uomo era una nave
che viaggiava solitaria
tra la clavicola e la spalla
sulla sua pelle d’acqua e luna.

Lontani,
gli occhi dei palazzi
li circondavano di stelle.

Chissà cosa farà
la gente triste nelle case
se la felicità che è lì racchiusa,
è solo vostra,
e se si accorgeranno i due signori
con l’ombrello
che ora costeggiano quell’isola
di mare e di metallo.

Tagliando i fili della pioggia
passeranno,
guardando forse di sottecchi,
con un sorriso nelle tasche;
e mentre i piedi corrono alle case,
la testa volge indietro di trent’anni,
dove balena lieve ancora
il cielo blu di un’altra età.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza: Giovanni Esposito (Quasirosso)

Mi basta un niente

Mi accontento di brevi felicità:

un libro appena preso,
accarezzare il gatto,
qualcosa che mi piace da mangiare,
il vino buono, un bel vestito,
andare un po’ a teatro.

Il resto, nel frattempo,
scorre liscio,
e quasi mi stupisco
se non ti penso affatto,
a ridere di gusto,
di stare credo bene.

Ma poi mi basta un niente,
il guizzo di un ricordo:

la scia di una canzone
che ritorna,
un po’ del tuo sapore
trattenuto,
la luce repentina di uno sguardo,
la linea del profilo mentre guidi,
Valeria”,
come lo dici,
un uomo che non c’entra
e ti somiglia,
la mano aperta impressa
e ancora cara,
le labbra che s’increspano un pochino
se le chiudi.

E in me,
da qualche parte,
esplodi amore.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Francisca Borzea

Il mio prossimo viaggio

Raggiro un dolore pensando
al mio prossimo viaggio.

Mi fa da cappotto, il pensiero,
nel freddo che arriva improvviso
e mi lascia ristretta,
come il niente di te
che mi hai imposto.

Ricordo dicembre,
la notte più grande del giorno,
e tu, come il sole di là dal ventuno,
indugiavi nel cielo
insinuando la luce oltre l’uscio del buio,

– così mite l’inverno
non capitava da tanto –

Nemmeno la fine di marzo
ed io già a primavera
con te che correvi
inondando di giallo
i miei campi
e mi aprivi e chiudevi
la bocca di baci.
Sei bella, sei un sogno
– dicevi.

Un’estate grandiosa
attendeva alle porte,
ma eri un sole furioso
con la fretta di amare
e bruciavano fiori,
mie inutili spine a difesa,
tra le nostre parole
infuocate,
sedate,
incomprese.

Ora è autunno e sei spento,
esaurito
il tuo slancio,
o sei brace che arde
in disparte, nascosta, in silenzio,
mentre il giorno si accorcia
e si fa di cristallo,
tirandosi addosso man mano
una coltre coperta
di stelle.

Ho un sentore di neve
per questo dicembre,
e quel viaggio è per prendermi
il sole che manca

così freddo mi pare l’autunno,
non capitava da tanto

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Mateja Kovac

Rotta interiore

Remavo in acque stanche
di vedermi
andare in tondo.

Tu già lo sai, ma poi ho spaccato
piano il cerchio,
esteso il raggio all’infinito
ridisegnando un altro tratto,
il più possibile una retta:
quella la rotta
in cui ho deciso di viaggiare.

Nessuna riva si scorgeva
in mezzo al mare
non importava di arrivare
solo una voce mai sentita
e che ho provato – finalmente –
ad ascoltare.

Una sirena? Il cieco istinto?
Oppure solo il mio volere,
per una volta – a dirmi basta,
adesso andiamo –
il mio volere.

E con la leva ritemprata
il volto acceso all’orizzonte
il vento buono ed io la vela
– un’avventura –
e la paura, sì, ma una paura
assai diversa, quasi bella,
di quando scopri com’è andare
e la fiducia ti attraversa
e tu sei lì che occhieggi fiero
fianco a fianco.

E invece adesso che succede?
Cosa respinge la mia barca
ancora al punto di partenza?
Il vento soffia come un drago
tu te ne vai la vela è rotta
e c’è una pioggia fitta d’aghi
minutissimi e pungenti
che mi riporta crudelmente
verso il noto.

E il mio volere? Che fine ha fatto
in questo andare il mio volere?
E la fiducia?
Perché anche lei sembra
che mi abbia abbandonato?

Così in quest’acqua mi dibatto,
e tu che vedi da laggiù
se non quel cerchio
che ora sembra il ghirigoro
di un errare spaurito

– e il mare calmo –

ché se lo guardi da lontano
è sempre calmo il mare
da lontano…

Però se guardo anch’io di fuori
da me stessa

– la vela è intatta –

e come te – ancorato qui
non vedo altro che sereno.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Hellicopter

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