Una sera di pioggia

Il corpo appena nudo
un’onda in movimento
sdraiato sul sedile
di una renault spenta;
le nubi già intessevano la pioggia
mentre una donna sirenetta
giocava a farsi mare,
e un dito d’uomo era una nave
che viaggiava solitaria
tra la clavicola e la spalla
sulla sua pelle d’acqua e luna.

Lontani, gli occhi dei palazzi
li circondavano di stelle.

Chissà cosa farà
la gente triste nelle case
se la felicità che è lì racchiusa,
è solo vostra,
e se si accorgeranno i due signori
con l’ombrello
che ora costeggiano quell’isola
di mare e di metallo.

Tagliando i fili della pioggia
passeranno,
guardando forse di sottecchi,
con un sorriso nelle tasche;
e mentre i piedi corrono alle case,
la testa volge indietro di trent’anni,
dove balena lieve ancora
il cielo blu di un’altra età.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza: Giovanni Esposito (Quasirosso)

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Mi basta un niente

Mi accontento di brevi felicità:

un libro appena preso,
accarezzare il gatto,
qualcosa che mi piace da mangiare,
il vino buono, un bel vestito,
andare un po’ a teatro.

Il resto, nel frattempo,
scorre liscio,
e quasi mi stupisco
se non ti penso affatto,
a ridere di gusto,
di stare credo bene.

Ma poi mi basta un niente,
il guizzo di un ricordo:

la scia di una canzone
che ritorna,
un po’ del tuo sapore
trattenuto,
la luce repentina di uno sguardo,
la linea del profilo mentre guidi,
Valeria”,
come lo dici,
un uomo che non c’entra
e ti somiglia,
la mano aperta impressa
e ancora cara,
le labbra che s’increspano un pochino
se le chiudi.

E in me,
da qualche parte,
esplodi amore.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Francisca Borzea

Le cose importanti

Bisogna dirsele le cose importanti,
bisogna parlarsi bene,
sondare i minimi mutamenti
degli occhi,
scrutare la maschera scura
davanti all’azzurro inviolato
dei volti,
sentire come stanno le mani;

e se è difficile guardarsi,
stare attenti,
attenti alle inflessioni della voce,
alle pause, ai tentennamenti,
di quando chiedi come stai
e dopo ascolti la risposta,
di quando vuoi una spiegazione.

Bisogna stanarli
quei piccoli gesti importanti,
gesti abilissimi
che sfuggono alla memoria,
e non fare l’errore di andarsene presto,
o di stare in silenzio per sempre,
di perderci ogni ora che passa.

Anche il silenzio, certo, è una risposta,
ma è una risposta incomprensibile
se non possiamo vederci:
è un’eco muta di pensieri,
e geroglifici su muri d’aria,
e non saremo certo noi,
che siamo esperti di parole,
quelli bravi a decifrarlo.

Io credo che potremmo sbagliare tutto.

E sarebbe un peccato non capirci niente,
finire forse per odiarsi,
se poi all’origine di questo complicare,
dei rami che hanno perso il loro ordine
d’incastro,
ci fosse una radice piana,
estranea ad ogni sbaglio,
che prende linfa dal bisogno
chiaro e semplice
di amarci.

 

 


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Immagine in evidenza: Jotaká

Il mio prossimo viaggio

Raggiro un dolore pensando
al mio prossimo viaggio.

Mi fa da cappotto, il pensiero,
nel freddo che arriva improvviso
e mi lascia ristretta,
come il niente di te
che mi hai imposto.

Ricordo dicembre,
la notte più grande del giorno,
e tu, come il sole di là dal ventuno,
indugiavi nel cielo
insinuando la luce oltre l’uscio del buio,

– così mite l’inverno
non capitava da tanto –

Nemmeno la fine di marzo
ed io già a primavera
con te che correvi
inondando di giallo
i miei campi
e mi aprivi e chiudevi
la bocca di baci.
Sei bella, sei un sogno
– dicevi.

Un’estate grandiosa
attendeva alle porte,
ma eri un sole furioso
con la fretta di amare
e bruciavano fiori,
mie inutili spine a difesa,
tra le nostre parole
infuocate,
sedate,
incomprese.

Ora è autunno e sei spento,
esaurito
il tuo slancio,
o sei brace che arde
in disparte, nascosta, in silenzio,
mentre il giorno si accorcia
e si fa di cristallo,
tirandosi addosso man mano
una coltre coperta
di stelle.

Ho un sentore di neve
per questo dicembre,
e quel viaggio è per prendermi
il sole che manca

così freddo mi pare l’autunno,
non capitava da tanto

 

 

 


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Immagine in evidenza: Mateja Kovac

Rotta interiore

Remavo in acque stanche
di vedermi
andare in tondo.

Tu già lo sai, ma poi ho spaccato
piano il cerchio,
esteso il raggio all’infinito
ridisegnando un altro tratto,
il più possibile una retta:
quella la rotta
in cui ho deciso di viaggiare.

Nessuna riva si scorgeva
in mezzo al mare
non importava di arrivare
solo una voce mai sentita
e che ho provato – finalmente –
ad ascoltare.

Una sirena? Il cieco istinto?
Oppure solo il mio volere,
per una volta – a dirmi basta,
adesso andiamo –
il mio volere.

E con la leva ritemprata
il volto acceso all’orizzonte
il vento buono ed io la vela
– un’avventura –
e la paura, sì, ma una paura
assai diversa, quasi bella,
di quando scopri com’è andare
e la fiducia ti attraversa
e tu sei lì che occhieggi fiero
fianco a fianco.

E invece adesso che succede?
Cosa respinge la mia barca
ancora al punto di partenza?
Il vento soffia come un drago
tu te ne vai la vela è rotta
e c’è una pioggia fitta d’aghi
minutissimi e pungenti
che mi riporta crudelmente
verso il noto.

E il mio volere? Che fine ha fatto
in questo andare il mio volere?
E la fiducia?
Perché anche lei sembra
che mi abbia abbandonato?

Così in quest’acqua mi dibatto,
e tu che vedi da laggiù
se non quel cerchio
che ora sembra il ghirigoro
di un errare spaurito

– e il mare calmo –

ché se lo guardi da lontano
è sempre calmo il mare
da lontano…

Però se guardo anch’io di fuori
da me stessa

– la vela è intatta –

e come te – ancorato qui
non vedo altro che sereno.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Hellicopter

Rifugi

Non mi è rifugio
il sonno,
questa notte.

Il sasso – appendice
del giorno trascorso –
è slegato ora ai piedi
del letto;
chissà se si allevia
al pesare delle ore
e dell’aria.

Vorrei fosse polvere sparsa
al mattino.

Il mio corpo spogliato
è leggero,
ha cambiato il suo stato
e al momento lo inquieta
l’assetto del volo,
dove anche un lenzuolo
è fardello e nemico.

Allora si fionda, impazzando,
la mente, e sebbene sia stanca,
si applica in versi, pensieri,
e parole da dirti,
ma è fallace il suo slancio
e si schianta in un lampo
nel buio.

Il tuo odore mi manca e il rifugio
è in quel poco tessuto
dell’unica cosa rimasta
– che neanche più odora – di te:

tra le pieghe nascondo
il mio viso strofino
percorro respiro
fino all’ultimo appiglio
che quasi, che quasi
ti sento
e più nulla ricordo
al risveglio.

È come anestetico, a volte,
ingannarsi.

 

 

 


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Immagine in evidenza: OhGigue

Tra resistenza e resa

Cosa divide esattamente
questo spazio,
e quale forza sconosciuta
lo governa,
tra la mia mano abbarbicata
nell’orgoglio e la recisa
resa del tuo abbraccio
che aspetta solo
l’abbandono delle dita
sulla tua fronte,
tra i capelli.

Sembra che l’aria
in questa piccola distanza
abbia la forma sconfinata
di una montagna senza vetta,
l’ostilità di un buco nero
che rigetta
ogni intenzione di contatto,
però lo stesso la possiede
un esitante magnetismo,
uguale e opposto polo
del mio palmo.

Tra la mia mano e te
tra resistenza e resa
appena un palmo d’aria

il braccio di ferro
piegato e avvinto
dalla tenerezza.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza: Emiliano Bastita

Il mio piccolo cielo sul mare

Ansima il cielo,
il mio piccolo cielo sul mare,
e mi chiedo se sa,
se ha visto a Ponente
quel ponte campato
crollare,
le vite all’oscuro
cadere,
i volti distinti
degli uomini in grigio
gli esperti
annegare ogni colpa.

Io credo che sappia,
– m’illudo c’insegni –
e su questa mia piccola terra
mi sembra che si agiti
in alto una belva,
e ha gli artigli lucenti
che graffiano i lividi
muri,
un ruggito che intima fuga.

La minaccia è incombente,
ma la gente al suo lido rimane,
l’estate, la vita normale
continua

– È giunta la pioggia
– No, è solo un bambino che gioca
coi sassi sull’acqua

Attendono gli uomini,
indugiano, sfidano il tempo

e nel mentre dimenticano

finché non arriva
– annunciato –
il tracollo del pianto.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Nynne Rosenvinge

Sale

Lacrima fortissima

che erompe tenera,
tiepida sul viso,
frangendo gli argini di ghiaccio
del ritegno;
bisogno urgenza – come ridere –

discende

senza più peso né colore
e come niente
mi sgrava i polsi e le caviglie,
l’incudine le spalle,
il marmo il petto,
il cuore grosso,
sgroviglia corde di metallo
nel mio collo.

E riposandomi una piuma,
finisce già il suo breve viaggio,
svoltato l’angolo del volto,
su un fazzoletto,
inaridendo sulla pelle
o nella faglia stesa tra le labbra:

sale,

quell’unico sapore che conosco
del dolore.

 

 

 

 

🎧: I’ll drown – Soley


Credits

Immagine in evidenza: Studio Proba

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