Estratto da “Preludio” di Valeria Minciullo | L’Altrove — L’Altrove – Appunti di poesia

Preludio (Ensemble Edizioni, 2019) è la prima raccolta in versi della poetessa messinese Valeria Minciullo. Di seguito ve ne proponiamo un estratto. Il mio piccolo cielo sul mare Ansima il cielo, il mio piccolo cielo sul mare, e mi chiedo se sa, se ha visto a Ponente quel ponte campato crollare, le vite all’oscuro cadere,…

via Estratto da “Preludio” di Valeria Minciullo | L’Altrove — L’Altrove – Appunti di poesia

Preludio!

No, stavolta non troverete la solita poesia da puetessa filosofa o innamorata.

O meglio: la troverete sì, ma non proprio la solita, perché sarà… sarà… sarà…

sulla copertina del mio libro!

Preludio!

Inutile girarci troppo intorno, dovevo assolutamente dirvelo – sebbene siano già mesi che assillo parenti, amici e vicini – quindi, meglio subito, prima che fuggiate via. E poi l’annunciazione su internet non poteva essere fatta che qui, il posto dove è iniziato tutto.

Allora, avrei qualcos’altro da dire…

Quando ho cominciato quest’avventura (sì, anche aprire un sito può rivelarsi un’avventura, e vi assicuro che questa lo è stata per davvero), a settembre di due anni fa, ero partita fin da subito con l’intenzione di dare spazio e visibilità a tutti quegli scritti che sennò sarebbero rimasti stipati dentro una cartella sul desktop e letti soltanto dai parenti, gli amici e i vicini di cui sopra.
Ricordo ancora l’arrivo dei primi commenti, le prime persone che ho letto e seguito. Inizialmente ero entusiasta.
Mi sembrava che qui fossero tutti aspiranti scrittori, pronti a dirmi cosa non andava e cosa andava in ciò che scrivevo, a confrontarsi con me, e io con loro a mia volta. Non cercavo broccolamenti, amicizie – se non “letterarie” – né tantomeno l’amore, o chissà quali affinità elettive. Invece, guarda un po’, ho trovato più o meno tutto.
E, senza nascondermi dietro una penna, ero qua anche – soprattutto – con l’ambizione di riuscire a pubblicare.
Finito l’entusiasmo della novellina – quando ti accorgi tristemente che tutto il web è paese – non ho smesso comunque di postare e leggervi con dedizione, perché sono rimaste le persone che seguo e stimo per la loro bravura e che a loro volta mi seguono e apprezzano per davvero (so benissimo chi siete).
Queste righe sono allora anche per voi, perché mi avete spronato a migliorare e a continuare a scrivere, dato che qui lo si fa col fine ultimo di essere letti, se no è chiaro che si andrebbe tutti quanti in cartoleria a comprare un diario segreto.
So che dovrei ringraziare soprattutto me stessa, perché ci ho messo impegno e ho avuto la determinazione di mandare mail su mail agli editori (a tal proposito, grazie anche a Ensemble che sta credendo in me!), ma una bella parte l’avete fatta anche voi, che ogni tanto passate e lasciate una stellina sincera, non a muzzo, o un commento; e forse, chissà, anche qualcuno che mi segue in silenzio. M’illudo sempre che ci sia.
Due menzioni speciali vanno inoltre alla mia amicuzza puetessa partenopea Maria Di Lanno e a Domenico Aliperto, “il Virgilio che mi ha presa per mano quando era ancora tutta sporca di torrone” (cit. sua).
Vabbè, esageriamo, anche se mi capita, a volte, scorrendo giù verso i vecchi post, di sentire come una ritrosia nel rileggere le prime poesie, un misto di disagio e tenerezza, ma credo che il bello sia proprio questo: che è stato un percorso di crescita e apertura sotto tanti punti di vista, non solo per ciò che riguarda la scrittura.

E quindi, eccoci qui: alla fine, per chi ha saltato la parte in corsivo.
Cosa troverete, dunque, in questo libro?
Ci saranno un po’ delle poesie che ho postato qui e un altro po’ del tutto inedite (ah, no, ora non più!), proprio perché ve l’ho detto quanto ci credevo.
E poi tante altre cose invisibili: le albe insonni in cui sono sorte molte delle idee e delle immagini racchiuse in questi versi, ricordi indelebili, persone importanti, cambiamenti epocali, momenti di crisi, e tanto tanto impegno e cura, per non dire cagacazzismo.

Non vi implorerò di acquistarlo, né utilizzerò subdole tecniche di psicologia inversa, quindi metto di seguito un discreto link (che porterà dritti dritti da Ensemble, ma potete trovarlo anche nelle principali librerie online) per chi volesse farmi felice perché un po’ mi vuole bene, gli sto virtualmente simpatica o è solamente curioso di leggere le poesie che ho deciso di non pubblicare qui.

E se le ho messe da parte un motivo dovrà pur esserci, no?

*

Volubili umori dal mare

Riporto al mare
il corpo di una figlia
come si getta un sasso
o un secchio colmo
di fanghiglia,
ma invece di toccare il fondo
risalgo su fino al suo pelo
come una foglia si apre a stella
sopra un lago.

Così alla vita più clemente
mi riapro.

Anch’io rifletto il cielo,
l’umore terso è adesso il mio,
e in petto ho un pesce giovane
e guizzante,
un sasso arzillo che saltella
all’orizzonte,
e ciuffi d’alghe e di capelli
mi schiaffeggiano le spalle.

Mi affido cieca alla corrente:
una medusa d’acqua densa
insieme all’acqua
mi confondo;
sono l’eclissi del pensiero,
e l’incoscienza di una danza
che riaffiora
dal più lontano degli abissi.

Ma poi la vita più inclemente
mi cattura,

m’infrange nuda sull’arena,

dove potrei – se fossi ancora
una medusa –
sciogliermi in lacrime
e sparire.

 

 


Credits

Immagine in evidenza: DA COFFEE TIME – David Lanaspa

Si fa strada, talvolta, così, la paura

Si fa strada, talvolta,
così, come un rigo di lava
tra rocce,
una strana e sommessa paura,
un sottile timore
di perderti;

di sentirti le labbra seccarsi
se ancora mi baci,
e con l’occhio ingrigito
trovarti a guardarmi
pensando a tutt’altro,
e che poi la tua mano finisca d’intendersi
con la mia nuca,
e che io non diventi
nient’altro per te
che la scia di uno sfogo
d’amore, niente più
che un pensiero normale,
tra la spesa da fare
e che cosa si mangia per cena,
che ti metta ad amarmi come s’amano
male le belle abitudini.

Si fa strada, talvolta,
così,
la paura.

Come un rigo di lava
scorrendo si fredda,
ed un tratto di roccia,
col tempo,
essa stessa, diventa.

 

 

 

🎧: While my guitar gently weeps – The Beatles

 


Credits

Immagine in evidenza: Alexandra Levasseur

Giacendo insieme con le cose

Mi acquieterò
giacendo insieme
con le cose.

Come quest’albero
che regge il temporale
e poi l’estate;
ed un uccello
che non può spiccare
il volo, e canta ancora;
oppure l’erba
che distesa si calpesta;
una montagna nel silenzio
mentre brucia;
corpo che vive
la malattia che non ha cura.

Perché cos’è questa passione
– se non –
diluvio e sole,
una prigione,
la prostrazione,
incendio indomito,
metastasi
innescatasi
dal cuore?

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Alexandra Levasseur

Ultimo lento

Frano,
sul fronte ripido
del tuo petto.

Son statua di sabbia,
granito di neve,
ammasso di zucchero
e sale, gigante
di frolla.

Ma tu
mi tieni un poco,
qualche minuto
appena intera,
senza dire;
io che sotto ai tuoi occhi
mi ruppi,
e che adesso sussulto
incavata al tuo collo,
con il cuore che sbatte
di fianco, e dirompe
aggrappandosi
al tuo.

Così forte,
più calmo.

Ed un’ansia soffusa
si svela dai palmi,
li prendi e li guardi
come piccole foglie,
ti sento sfiorarli,
distante.

Ma m’imprimi le viole
sul viso;
e i tuoi baci
non franano giù
per la ripida fronte.

Che penoso quest’ultimo lento!

 

Non so come, né dove,
ma vado:
è arrivato a staccarci via
un treno.

 

 

🎧 Rino Gaetano – Sfiorivano le viole

 


Credits

Immagine in evidenza: Flowsofly

Ti leverei trent’anni

Ti leverei trent’anni,
e delle ossa ne farei
robuste canne di bambù;
la mente lustrerei
come un argento,
e serva china ed ai tuoi piedi
sarei la lima su ogni callo;

un cuore nuovo,
il passo svelto,
col panno al dito
e il fiato caldo,
ti ridarei l’azzurro,
la nitidezza nello sguardo.

Ed in quell’ora di segreti
al dopopranzo,
mi siederei tornando figlia
sulle gambe,
a bassa voce leggerei
quello che ho scritto:

mi sentiresti, mamma
senza più chiedermi che ho detto.

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Claudia Tremblay

Piccola morte

Conserva un residuo
d’amore
per quando andrai via,
abbi un’ultima cura
per me.

E vai via
senza farti sentire,
e vai via a piedi scalzi,
e vai via come un gatto;
esci come la notte
mentre ancora sonnecchio,
non guardarmi neanche,
dammi un bacio di vento,
non lasciarmi
un biglietto, né un fiore
all’ingresso.

Tanto il muto passare
delle ore,
il compianto di tutte le cose
mi diranno di te.

Ma la porta, ti dico,
la porta tu lasciala
un poco socchiusa,
fai passare l’odore
del giorno,
e la luce che attende
il risveglio.
Cosicché,
non appena vorrò,
potrò uscire
e tu, forse, volendo,
tornare.

Rendi dolce
come un lento risveglio
questa piccola morte
apparente.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Pedro Tapa

Si ringrazia massimolegnani per avermi suggerito di cambiare il finale

La natura d’inverno

Ho trovato più conforto nella natura d’inverno che nella moltitudine delle tue parole.

 

Inconsapevole, camminavo dentro al mio mondo, senza accorgermi di avere accanto e tutt’intorno un’amica silenziosa che mi seguiva ad ogni passo.
Era uno di quei giorni in cui ci si sente soli, incompresi e diversi, o forse era solo uno di quei giorni in cui si vede più lucidamente la reale condizione dell’esistenza umana. Le persone, così apparentemente simili a me, erano soltanto piccoli pianeti lontani e irraggiungibili. Forse anche di un’altra galassia.
Lei invece era lì, era come me, e mai avrei pensato di trovare conforto in ciò che ad un occhio poco attento può sembrare così estraneo e incomprensibile.
Aperti veramente gli occhi, mi accorsi che mi stava cingendo tutta intorno nell’abbraccio più caldo che umilmente potesse offrirmi e con stupore e gratitudine non potei fare a meno di notare tutto quello che ci rendeva così simili: i colori tetri, le foglie secche, i rami vuoti, quegli scheletri lignei senza carne ad ammantare l’osso, esposti al freddo che conficca, senza pena, spilli addosso, come il mio corpo, nonostante io avessi la pelle, il maglione, il cappotto, la sciarpa e anche quel berretto di cui mi vantavo tanto per il suo tenermi al caldo.

Tutto ciò, però, non bastava.

In fondo, io e la natura d’inverno, eravamo entrambe parimenti scoperte.

Solo un piccolo particolare la distingueva e le conferiva una serenità a me sconosciuta. Io quel freddo non lo accettavo, con tutti quegli spilli, col dolore, la tristezza.
Era una continua lotta tra com’era e come doveva essere.
Invece, la mia nuova e singolare amica lo sopportava di buon grado, restando immobile e impassibile, sebbene presente. Tutta secca era e tutta secca si accettava. Io ero secca e invece volevo fiorire come a primavera; ma primavera ancora non era.

Aspetta – credetti di sentire d’un tratto. Aspetta. Accogli.

Piano piano la nebbia fitta che offuscava la mia mente iniziò a dipanarsi.
Non eravamo morte, né senza speranza, non era per sempre, eravamo solo sospese. In attesa di. Era tutto momentaneo. La sua primavera sarebbe arrivata il ventun di marzo o auspicabilmente qualche giorno prima, la mia sarebbe potuta arrivare tra un mese, una settimana o – chissà – magari anche meno.

Alla fine, forse, ero persino più fortunata io.

E le poche figlie sempreverdi che mostravano orgogliose il loro inarrestabile vigore non le creavano tormento o frustrazione perché non desiderava che tutte le altre fossero come loro. Da madre amorevole e paziente attendeva giorni migliori, i giorni in cui anche tutte le altre figlie, che erano poi la maggior parte, sarebbero state pronte a rifiorire dopo il lungo l’inverno, coi loro nuovi colori, i rami più robusti e i timidi fiori variopinti che l’avrebbero adornata con garbo ed eleganza rendendola meravigliosa più che mai.

Tornerai ad essere meravigliosa anche tu – mi disse salutandomi.

 

Così ti ringrazio, mia cara amica, perché, non so se con queste poche parole immaginate o con la tua sola imponente e garbata presenza, sei riuscita a scaldarmi un remoto angolo di cuore, e mentre tornavo a casa, proprio lì, in quel preciso punto, una piccola gemma di felicità stava già nascendo.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Sandra Dieckmann

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