Si fa strada, talvolta, così, la paura

Si fa strada, talvolta,
così, come un rigo di lava
tra rocce,
una strana e sommessa paura,
un sottile timore
di perderti;

di sentirti le labbra seccarsi
se ancora mi baci,
e con l’occhio ingrigito
trovarti a guardarmi
pensando a tutt’altro,
e che poi la tua mano finisca d’intendersi
con la mia nuca,
e che io non diventi
nient’altro per te
che la scia di uno sfogo
d’amore, niente più
che un pensiero normale,
tra la spesa da fare
e che cosa si mangia per cena,
che ti metta ad amarmi come s’amano
male le belle abitudini.

Si fa strada, talvolta,
così,
la paura.

Come un rigo di lava
scorrendo si fredda,
ed un tratto di roccia,
col tempo,
essa stessa, diventa.

 

 

 

🎧: While my guitar gently weeps – The Beatles

 


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Immagine in evidenza: Alexandra Levasseur

Ultimo lento

Frano,
sul fronte ripido
del tuo petto.

Son statua di sabbia,
granito di neve,
ammasso di zucchero
e sale, gigante
di frolla.

Ma tu
mi tieni un poco,
qualche minuto
appena intera,
senza dire;
io che sotto ai tuoi occhi
mi ruppi,
e che adesso sussulto
incavata al tuo collo,
con il cuore che sbatte
di fianco, e dirompe
aggrappandosi
al tuo.

Così forte,
più calmo.

Ed un’ansia soffusa
si svela dai palmi,
li prendi e li guardi
come piccole foglie,
ti sento sfiorarli,
distante.

Ma m’imprimi le viole
sul viso;
e i tuoi baci
non franano giù
per la ripida fronte.

Che penoso quest’ultimo lento!

 

Non so come, né dove,
ma vado:
è arrivato a staccarci via
un treno.

 

 

🎧 Rino Gaetano – Sfiorivano le viole

 


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Immagine in evidenza: Flowsofly

Il mio prossimo viaggio

Raggiro un dolore pensando
al mio prossimo viaggio.

Mi fa da cappotto, il pensiero,
nel freddo che arriva improvviso
e mi lascia ristretta,
come il niente di te
che mi hai imposto.

Ricordo dicembre,
la notte più grande del giorno,
e tu, come il sole di là dal ventuno,
indugiavi nel cielo
insinuando la luce oltre l’uscio del buio,

– così mite l’inverno
non capitava da tanto –

Nemmeno la fine di marzo
ed io già a primavera
con te che correvi
inondando di giallo
i miei campi
e mi aprivi e chiudevi
la bocca di baci.
Sei bella, sei un sogno
– dicevi.

Un’estate grandiosa
attendeva alle porte,
ma eri un sole furioso
con la fretta di amare
e bruciavano fiori,
mie inutili spine a difesa,
tra le nostre parole
infuocate,
sedate,
incomprese.

Ora è autunno e sei spento,
esaurito
il tuo slancio,
o sei brace che arde
in disparte, nascosta, in silenzio,
mentre il giorno si accorcia
e si fa di cristallo,
tirandosi addosso man mano
una coltre coperta
di stelle.

Ho un sentore di neve
per questo dicembre,
e quel viaggio è per prendermi
il sole che manca

così freddo mi pare l’autunno,
non capitava da tanto

 

 

 


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Immagine in evidenza: Mateja Kovac

Un posto di buio

Dev’esserci un posto
isolato in ognuno
dove finiscono insieme
– presumo –
gli amori infattibili,
i progetti ormeggiati,
i fiammiferi spenti,
quel viaggio a Lisbona
ed il corso di tango,
i sogni concreti
masticati per poco
e sputati per terra
mentre eravamo
noi ancora
piegati di fame,
le parole inventate
già opache di polvere,
adesso insensate,
i titoli scialbi dei libri:
ci ricorderemo
di leggerli, un giorno? –

Un posto di buio
in ognuno,
che odora di chiuso
ed è tumido ancora
di pianto,
– una cantina,
presumo –
dall’aria rafferma,
e un silenzio – che quasi mi scordo
c’è solo il ronzio
di un insetto,
o di un frigo in disuso
messo lì a conservare il passato;

sigillata è la porta,
sigillata ogni volta
richiusa,
ma quanto fragore,
quanta violenza
nel corpo ogni volta,
quando dopo una fine
si riapre,
battente,
l’imposta.

 

 

 


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Immagine in evidenza: OhGigue

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