Piccola morte

Conserva un residuo
d’amore
per quando andrai via,
abbi un’ultima cura
per me.

E vai via
senza farti sentire,
e vai via a piedi scalzi,
e vai via come un gatto;
esci come la notte
mentre ancora sonnecchio,
non guardarmi neanche,
dammi un bacio di vento,
non lasciarmi
un biglietto, né un fiore
all’ingresso.

Tanto il muto passare
delle ore,
il compianto di tutte le cose
mi diranno di te.

Ma la porta, ti dico,
la porta tu lasciala
un poco socchiusa,
fai passare l’odore
del giorno,
e la luce che attende
il risveglio.
Cosicché,
non appena vorrò,
potrò uscire
e tu, forse, volendo,
tornare.

Rendi dolce
come un lento risveglio
questa piccola morte
apparente.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Pedro Tapa

Si ringrazia massimolegnani per avermi suggerito di cambiare il finale

Persino amore

La pelle con il tempo
ha fatto il suo lavoro,
risplende sugli sfregi
del passato,
e intento di altra pelle
potrebbe esser carezza
e non per forza altro dolore,
persino cura,
persino
amore.

Qui l’oggi si offre bianco
come un foglio mai aperto,
un fiore in sé raccolto
che nel buio si rinnova,
ma io soltanto vedo
il mio passato,
lì dove la ferita
si squarcia nel ricordo,

e seguono a proteggermi
due occhi spalancati
sulla schiena.

Magari basterebbe
socchiuderli un momento,
scordare un vecchio pianto,
abbandonarsi al corpo…

e poi,
può pure darsi,

stupirsi.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Rachel Levit

Rotta interiore

Remavo in acque stanche
di vedermi
andare in tondo.

Tu già lo sai, ma poi ho spaccato
piano il cerchio,
esteso il raggio all’infinito
ridisegnando un altro tratto,
il più possibile una retta:
quella la rotta
in cui ho deciso di viaggiare.

Nessuna riva si scorgeva
in mezzo al mare
non importava di arrivare
solo una voce mai sentita
e che ho provato – finalmente –
ad ascoltare.

Una sirena? Il cieco istinto?
Oppure solo il mio volere,
per una volta – a dirmi basta,
adesso andiamo –
il mio volere.

E con la leva ritemprata
il volto acceso all’orizzonte
il vento buono ed io la vela
– un’avventura –
e la paura, sì, ma una paura
assai diversa, quasi bella,
di quando scopri com’è andare
e la fiducia ti attraversa
e tu sei lì che occhieggi fiero
fianco a fianco.

E invece adesso che succede?
Cosa respinge la mia barca
ancora al punto di partenza?
Il vento soffia come un drago
tu te ne vai la vela è rotta
e c’è una pioggia fitta d’aghi
minutissimi e pungenti
che mi riporta crudelmente
verso il noto.

E il mio volere? Che fine ha fatto
in questo andare il mio volere?
E la fiducia?
Perché anche lei sembra
che mi abbia abbandonato?

Così in quest’acqua mi dibatto,
e tu che vedi da laggiù
se non quel cerchio
che ora sembra il ghirigoro
di un errare spaurito

– e il mare calmo –

ché se lo guardi da lontano
è sempre calmo il mare
da lontano…

Però se guardo anch’io di fuori
da me stessa

– la vela è intatta –

e come te – ancorato qui
non vedo altro che sereno.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Hellicopter

Tra resistenza e resa

Cosa divide esattamente
questo spazio,
e quale forza sconosciuta
lo governa,
tra la mia mano abbarbicata
nell’orgoglio e la recisa
resa del tuo abbraccio
che aspetta solo
l’abbandono delle dita
sulla tua fronte,
tra i capelli.

Sembra che l’aria
in questa piccola distanza
abbia la forma sconfinata
di una montagna senza vetta,
l’ostilità di un buco nero
che rigetta
ogni intenzione di contatto,
però lo stesso la possiede
un esitante magnetismo,
uguale e opposto polo
del mio palmo.

Tra la mia mano e te
tra resistenza e resa
appena un palmo d’aria

il braccio di ferro
piegato e avvinto
dalla tenerezza.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza: Emiliano Bastita

Un posto di buio

Dev’esserci un posto
isolato in ognuno
dove finiscono insieme
– presumo –
gli amori infattibili,
i progetti ormeggiati,
i fiammiferi spenti,
quel viaggio a Lisbona
ed il corso di tango,
i sogni concreti
masticati per poco
e sputati per terra
mentre eravamo
noi ancora
piegati di fame,
le parole inventate
già opache di polvere,
adesso insensate,
i titoli scialbi dei libri:
ci ricorderemo
di leggerli, un giorno? –

Un posto di buio
in ognuno,
che odora di chiuso
ed è tumido ancora
di pianto,
– una cantina,
presumo –
dall’aria rafferma,
e un silenzio – che quasi mi scordo
c’è solo il ronzio
di un insetto,
o di un frigo in disuso
messo lì a conservare il passato;

sigillata è la porta,
sigillata ogni volta
richiusa,
ma quanto fragore,
quanta violenza
nel corpo ogni volta,
quando dopo una fine
si riapre,
battente,
l’imposta.

 

 

 


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Immagine in evidenza: OhGigue

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