Una sera di pioggia

Il corpo appena nudo
un’onda in movimento
sdraiato sul sedile
di una renault spenta;
le nubi già intessevano la pioggia
mentre una donna sirenetta
giocava a farsi mare,
e un dito d’uomo era una nave
che viaggiava solitaria
tra la clavicola e la spalla
sulla sua pelle d’acqua e luna.

Lontani,
gli occhi dei palazzi
li circondavano di stelle.

Chissà cosa farà
la gente triste nelle case
se la felicità che è lì racchiusa,
è solo vostra,
e se si accorgeranno i due signori
con l’ombrello
che ora costeggiano quell’isola
di mare e di metallo.

Tagliando i fili della pioggia
passeranno,
guardando forse di sottecchi,
con un sorriso nelle tasche;
e mentre i piedi corrono alle case,
la testa volge indietro di trent’anni,
dove balena lieve ancora
il cielo blu di un’altra età.

 

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Giovanni Esposito (Quasirosso)

Riflessi

Sulle rive della sera
parve un sogno,
ma non era
mi sorpresi una libellula
a sorvolare il cristallino
lago del tuo occhio.

Dapprima mi specchiavo
solamente,
ed era bello il mio riflesso
d’ali, aperto
su di te.

Finché non vidi
solo me,
ma il susseguirsi
dei pensieri,
rincorrersi le ombre.

Qualcosa mi percosse.

Così guardai più a fondo
nel tuo abisso scosso
da correnti,
e in un brillìo improvviso
mi ricordai quel luogo,
e il mio passato
di ninfa delle acque:

sono le tue,
io ti conosco…

Ed una goccia
di memoria
cadde in te
commossa
e poi si perse:
sì,
son proprio io
quel desiderio
che hai cullato
nel profondo
tanti anni.

In te son nata
e a te,
in quest’attimo,
ritorno,
adesso che
tuffarmi vorrei
laggiù
annegarti dentro.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Stephanie Law

Disegno d’amore sbiadito dal tempo (matita su foglio)

Ti ho salutato con un bacio e ti ho visto andare via, forse per sempre. Allora sono tornata a casa, combattuta fra il bisogno di dimenticarti e la paura che ciò accadesse. Ho deciso di non farlo e ho chiesto alla mia mente di prestarmi un foglio bianco; poi potevo scegliere se prendere una penna o una matita e, titubante, ho scelto quest’ultima. Ho chiesto pure una gomma, non si sa mai, ma la mente non possiede quest’oggetto: «io non so cancellare i bei ricordi» – mi ha detto – «quella dovresti chiederla al Tempo che però non funziona come me e non obbedisce alle richieste».

Dopo poche ore ero già sdraiata sul letto intenta a disegnarti; la tua immagine era ancora nitida e mi sembrava di ricordare anche il tuo più piccolo ed insignificante dettaglio. Sono partita dai tuoi capelli, così simili ai miei, tracciando le linee con decisione e fermezza. Ho disegnato il tuo ovale perfetto; le orecchie no, perché non le ho mai viste; le sopracciglia folte, gli occhi seri come, non ho mai capito il perché, mi guardavano spesso; poi il naso e per ultima la tua bocca. Potevo scegliere se farti il sorriso, ma ho preferito di no perché temevo di provare di nuovo quello strano sbandamento e di non capirci più niente, come la prima volta in cui lo hai rivolto a me. Ho sempre percepito qualcosa di familiare nel tuo volto, nella tua voce, nei nostri discorsi, come se ti conoscessi da sempre; così familiare da credere inspiegabilmente e scioccamente, ma anche con ostinata convinzione, che somigliassi tutto a tua madre.

Ho deciso di poggiare il tuo ritratto di fianco al letto, per terra, perché un comodino non l’ho mai avuto, così, ogni notte prima di dormire e ogni mattina prima di iniziare la giornata, ti avrei avuto vicino. Ogni tanto prendevo la matita e ricalcavo un po’ i tuoi tratti per paura si sbiadissero, ma più i giorni passavano più mi sembrava che a poco servisse. Ogni tanto ti ripiegavo con cura e ti portavo con me in borsa o nella tasca del cappotto e nei momenti di noia o semplicemente quando ne sentivo il bisogno, aprivo il foglio e cercavo tenacemente di imprimerti ancora meglio nella mia testa e nel mio cuore.

Poi, invece, c’erano dei giorni in cui soffrivo, soffrivo tanto, e capii che forse era solo un dolore inutile quello di ostinarmi a non lasciarti andare via. E allora avrei tanto voluto avere quella gomma per cancellarti per sempre. Ma più chiedevo una gomma più la mia mente mi rispondeva che dovevo solo aspettare e che tutto sarebbe accaduto da sé. Let it be.

Allora decisi di non calcare più il disegno, lo lasciai lì, a volte lo guardavo altre no. Ultimamente, a dire il vero, erano più le volte che non lo facevo.

Un giorno, mentre mettevo in ordine la mia stanza, lo spostai con noncuranza dopo averlo guardato distrattamente e dalla finestra aperta entrò un soffio di vento che lo cullò lievemente. Io non me ne accorsi nemmeno e finì dimenticato sotto il letto. Nei giorni a seguire non ci pensai affatto, ma mi bastò ascoltare una canzone che mi ricordava noi e volli rivederlo. Rivederti. Mi misi a rovistare in camera, a spostare tutto, perché non riuscivo a trovarlo; tutti i fogli volanti che mi capitavano sotto mano erano appunti di università, pagine strappate da riviste di moda e stupidi volantini pubblicitari; solo dopo un po’ mi venne in mente di dare un’occhiata sotto al letto. E infatti lo trovai. Era buttato lì, come una carta sporca, un po’ sgualcito da mani che lo avevano toccato troppo e, a ben vedere, anche un po’ impolverato.

Ad un certo punto lo guardai meglio e mi accorsi che non avevi più il naso. Era sparito. Puf! Cancellato.

Allora mi aggrappai ai tuoi occhi, che erano ancora lì che mi fissavano, cercando di rivivere i momenti in cui i nostri sguardi diventavano una cosa sola, qualcosa che a parole faccio fatica a spiegare perché non c’era niente di terreno ed umano in quel momento, sembrava di essere in un luogo al di là dello spazio e del tempo, al di là di tutto e di tutti; uno di quei momenti in cui pensi che debba per forza esistere un essere superiore che permetta alla magia di accadere.

Nel frattempo, però, qui sulla Terra, il Tempo stava iniziando a fare il suo lavoro. Così più passavano i giorni e più andavi via da quel foglio, inesorabilmente.

Prima toccò all’occhio destro, poi alla bocca, ai capelli, al contorno del viso e infine al tuo occhio sinistro, che rimase lì a fissarmi per qualche settimana. Solo quello.

Ora del disegno non resta che un timido accenno; se mi sforzo un po’ e con una luce favorevole riesco ancora a percepirne i contorni, perché con la matita ho calcato troppo e si sa che quando si calca troppo puoi stare a cancellare ininterrottamente per ore, ma le linee che hai tracciato hanno ormai creato dei lievi solchi nella carta, che non andranno mai via, forse neanche col tempo.

E così, per quanto offuscato, sbiadito e lontano tu sia nei miei ricordi, non andrai mai via completamente da quel foglio, che custodirò gelosamente al riparo dal tempo e dalla vecchiaia, in un inespugnabile nascondiglio della mia mente.

 

 

 

🎧 : Dentro la tasca di un qualunque mattino – Gianmaria Testa

 


Credits

Immagine in evidenza: Henrietta Harris

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