Si fa strada, talvolta, così, la paura

Si fa strada, talvolta,
così, come un rigo di lava
tra rocce,
una strana e sommessa paura,
un sottile timore
di perderti;

di sentirti le labbra seccarsi
se ancora mi baci,
e con l’occhio ingrigito
trovarti a guardarmi
pensando a tutt’altro,
e che poi la tua mano finisca d’intendersi
con la mia nuca,
e che io non diventi
nient’altro per te
che la scia di uno sfogo
d’amore, niente più
che un pensiero normale,
tra la spesa da fare
e che cosa si mangia per cena,
che ti metta ad amarmi come s’amano
male le belle abitudini.

Si fa strada, talvolta,
così,
la paura.

Come un rigo di lava
scorrendo si fredda,
ed un tratto di roccia,
col tempo,
essa stessa, diventa.

 

 

 

🎧: While my guitar gently weeps – The Beatles

 


Credits

Immagine in evidenza: Alexandra Levasseur

Rotta interiore

Remavo in acque stanche
di vedermi
andare in tondo.

Tu già lo sai, ma poi ho spaccato
piano il cerchio,
esteso il raggio all’infinito
ridisegnando un altro tratto,
il più possibile una retta:
quella la rotta
in cui ho deciso di viaggiare.

Nessuna riva si scorgeva
in mezzo al mare
non importava di arrivare
solo una voce mai sentita
e che ho provato – finalmente –
ad ascoltare.

Una sirena? Il cieco istinto?
Oppure solo il mio volere,
per una volta – a dirmi basta,
adesso andiamo –
il mio volere.

E con la leva ritemprata
il volto acceso all’orizzonte
il vento buono ed io la vela
– un’avventura –
e la paura, sì, ma una paura
assai diversa, quasi bella,
di quando scopri com’è andare
e la fiducia ti attraversa
e tu sei lì che occhieggi fiero
fianco a fianco.

E invece adesso che succede?
Cosa respinge la mia barca
ancora al punto di partenza?
Il vento soffia come un drago
tu te ne vai la vela è rotta
e c’è una pioggia fitta d’aghi
minutissimi e pungenti
che mi riporta crudelmente
verso il noto.

E il mio volere? Che fine ha fatto
in questo andare il mio volere?
E la fiducia?
Perché anche lei sembra
che mi abbia abbandonato?

Così in quest’acqua mi dibatto,
e tu che vedi da laggiù
se non quel cerchio
che ora sembra il ghirigoro
di un errare spaurito

– e il mare calmo –

ché se lo guardi da lontano
è sempre calmo il mare
da lontano…

Però se guardo anch’io di fuori
da me stessa

– la vela è intatta –

e come te – ancorato qui
non vedo altro che sereno.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Hellicopter

Segreti essenziali

Fascerò uno ad uno
i miei teneri aculei
a più giri di nastri di seta,
cosicché le tue mani di pane
non avran da temere
a volermi toccare
ed amare,
e soltanto
i secreti essenziali,
il velluto rubino
dei petali
avrai da sentire;
vorrei dirti comunque
di fare attenzione,
– mi spaventa
la tua fragile tempra –

che per quanto
io provi a non farti
del male,
per quanto io provi,
può darsi che accada.

Perché essere al mondo
funziona così.

E no, non significa
amarti di meno,
ma essere misero
fiore di spine,
essere misero
essere
umano.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Jenny Liz Rome

Le scarpe nuove (secondo e ultimo tempo)

[continua da qui]

…Immagina adesso di essere arrivata a casa. Hai le scarpe vecchie un po’ sudicie per la pioggia ed il fango che ti hanno sorpreso a metà del tragitto, le altre invece sono illese, dato che le hai tenute al riparo dentro al cappotto, sempre strette sotto il tuo premuroso braccio.

Devo dirtelo, però, non credo sia stata una grande idea, giacché se non l’avessi fatto avresti visto come si sarebbero comportate in un giorno di pioggia e come avrebbero reagito, testando in questo modo la loro resistenza.

Il tuo primo pensiero, una volta entrata, è quello di sistemare le scarpe nuove sotto al letto, un po’ in fondo, quasi fossero un grande tesoro da nascondere; togli il cappotto umido, sfili velocemente le scarpe borgogna e ti fiondi in bagno per pulirle, con non troppo riguardo all’inizio, ma poi, sfregando sfregando, le guardi meglio – le compagne di una vita – e cerchi di metterci un po’ più d’amore; d’altronde, probabilmente, questa è l’ultima volta che lo farai. Questo pensiero inizia ad innescare come una miccia tutta un’altra serie di pensieri; la mente inizia a vagare e cominci a ricordarti i momenti passati insieme, immersa nella stessa nostalgia che si prova riguardando le foto scattate in una vacanza ormai finita: ti sforzi di afferrare la sensazione della prima volta in cui le hai indossate, anche se è passato molto tempo e non riesci bene a immedesimarti e vorresti tanto riviverla; ricordi però che era un giorno di agosto di tantissimi anni fa e che quel giorno ti sembravano le scarpe più belle del mondo. Non alla moda. Di più! Avanguardia P-u-r-a! Ricordi i viaggi da sola e in compagnia, i concerti sfiancanti per i salti e le ore in piedi, tutti gli esami che hai dato all’università mentre loro ti assistevano prima nell’ansia poi nel sollievo, le corse in mezzo ai campi in primavera fra l’erba alta e i papaveri e quelle per prendere il bus in città, i piedi affondati sotto svariati centimetri di gelida neve negli interminabili inverni, il giorno della laurea in cui le avevi fatte tirare a lucido, i pranzi in famiglia, i compleanni, i momenti brutti, tutte le occasioni dalle quali sono uscite sempre pressoché indenni. Senza neanche accorgertene, una lacrima ti scivola lungo la guancia cadendo sulla scarpa destra, asciugata prontamente dal pannetto morbido che stai usando per pulirle, ormai sempre con più dedizione e tenerezza. In un moto d’affetto improvviso fai un gesto all’apparenza ridicolo, ma quello è ciò che senti di fare in questo momento: le abbracci forte con grande impeto, nella maniera in cui, all’età di sei anni, stringevi al petto Camilla, la tua bambola preferita, quando dovevi allontanartene anche solo per qualche ora. «Cami, Cami, tranquilla che non ti abbandono per sempre, torno presto, te lo giuro sui miei capelli…» – le dicevi per rassicurarla, dondolandola fra le braccia quasi a soffocarla.

Questa promessa, però, alle tue scarpe non puoi davvero farla.

Torni in camera scalza, con passi incerti, le scarpe borgogna ripulite tenute saldamente fra indice medio e pollice. È arrivato, ahimè, il momento di decidere. Tiri fuori dal letto le nuove arrivate e ti sembrano ancora più belle di quando le hai ammirate prima. Nella mano sinistra il mondo vecchio, le forme rassicuranti dell’abitudine, il profondo affetto, ma anche l’insoddisfazione e un po’ di felicità sepolta; nella mano destra la novità, l’imprevedibile, il sogno ad occhi aperti, la speranza, le aspettative, la vita. Quelle che tieni nella mano sinistra ti accorgi che pesano nettamente di più: la vita vissuta ha aggiunto il suo carico di ricordi.
Davanti allo specchio, i tuoi piedi nudi sono al centro, premuti sul pavimento freddissimo e i due mondi schierati nella stessa posizione di prima: l’uno alla tua destra, l’altro alla tua sinistra.
Ora tocca a te scegliere da quale parte stare.
C’è un vecchio modo di dire popolare che descrive quelle persone che pur di non fare una scelta fra due situazioni preferiscono stare nella scomodità, tenendo “due piedi in una scarpa”; tu, in questo momento, vorresti tenerli in ben quattro scarpe o, in alternativa, indossarne una di un colore e una dell’altro, se non fosse che sarebbero orribili a vedersi e sei certa che questa situazione non potrebbe durare a lungo, senza contare poi le differenze strutturali delle due calzature che ti renderebbero complicato anche solo camminarci.
Con un occhio serrato e l’altro socchiuso sei in procinto di fare la tua scelta; non sai cosa succederà al paio che hai scartato, se sparirà o rimarrà, se si farà lilliputziano e rattrappito per il dolore del rifiuto; non lo saprai mai, se prima non agisci.

Ora immagina di uscire dalla semi oscurità e di riaprire piano entrambi gli occhi: tutto intorno appare mutato; tutto, ad eccezione di una cosa: le altre scarpe sono ancora lì, sono ancora integre, ma sembrano invecchiate improvvisamente di anni in un colpo solo. In questo momento le scarpe che hai ai piedi – quelle che hai scelto – passano in secondo piano e la tua preoccupazione è solo quella di trovare un rifugio sicuro per quelle che hai lasciato, di dargli l’ultimo saluto.
Un po’ smarrita vaghi per la casa e individui il luogo prescelto in un piccolo armadietto chiuso con una chiave minuscola, che pensi terrai con te dopo averle sistemate, con la speranza che nessuno lo aprirà mai. Sapevi di dover fare in conti con la tristezza, con la malinconia che si porta dietro l’addio, ma questo sentimento viene ora a combinarsi con lo stupore per ciò che ti si è appena parato dinanzi agli occhi: nel corridoio, infatti, hai appena intercettato uno specchio antico e lo sguardo non può che cadere lì in basso, sui piedi. Le scarpe nuove ti stanno divinamente, ti giri e ti rigiri per guardarle bene da tutte le angolazioni e vai a cercare il vestito batik per vederti favolosa fino alla punta dell’alluce, per l’appunto; questa cosa, però, non l’avevi messa proprio in conto…il vestito batik è sparito! Nell’armadio, adesso, ce n’è uno bellissimo a tinta unita della stessa tonalità delle scarpe, più da adulta ed esattamente della tua taglia. Tra lo smarrimento, l’eccitazione e la preoccupazione non avevi però ancora notato che le scarpe che indossi ora ti danno un po’ fastidio sulla scollatura, all’attaccatura dei mignolini; pensi allora che debbano ancora adattarsi per bene e che ci vorrà un po’ – speri poco. Tutto sommato, però, sono alquanto comode, benché un po’ rigide, e il fastidio sembra abbastanza tollerabile, anche se è ancora presto per dirlo.

D’un tratto un suono artificiale irrompe fra il ticchettio dei tacchi irradiandosi dal citofono di casa; rispondi un ‘chi è?’ non troppo esitante e una voce maschile mai sentita prima, ma nello stesso tempo familiare – senza svelarti la sua identità – t’invita a scendere. Rispondi un sì carico di aspettativa, senza pensare, senza timori, senza fare ulteriori domande, infili di fretta il nuovo abito, prendi il cappotto senza indossarlo, preferendo patire un po’ il freddo perché bella vuoi apparire, e afferri una borsetta da sera che ha già dentro tutto l’occorrente, anche la scatola di cerotti. Fai scivolare dentro anche la chiave dell’armadietto. Anzi, no. Ci ripensi e la metti in un cassetto.
Aperto il portone ti accorgi che anche il mondo esterno è cambiato. Il piccolo cortile con le aiuole piene di rose bianche ha lasciato il posto ad un portico basso dai muri color pesca un po’ scrostati e ad una strada pavimentata da piccoli ciottoli irregolari; il primo pensiero che hai è il timore di rovinare il tacco incastrandolo fra i sampietrini. Poco male, starai attenta, ti rinfranchi prontamente. Di là dalla strada, poco più avanti, un’auto, anch’essa blu notte, è ferma con lo sportello del guidatore aperto. Un ragazzo alto, vestito di scuro e dal volto già visto, ma non ricordi né dove né quando, ti fa un cenno abbozzato di saluto con la mano e ti sorride strizzando tutti e due gli occhi. Passa dall’altra parte dell’auto e apre la portiera dal lato del passeggero, aspettandoti.
«Benvenuta! Sei bellissima – lo senti sussurrare all’orecchio, quando stai per entrare – fino alla punta dell’alluce…» – aggiunge con la faccia malandrina di chi sa già tutto.
Gli sportelli si chiudono l’uno dopo l’altro in un tonfo sordo, il rombo del motore squarcia la quiete notturna e l’auto si allontana per la strada ciottolata diventando sempre più piccola con la distanza, coi fari accesi per guidarla nell’oscurità, ma tu non puoi più vederla perché a questo punto ci sei dentro. Si dirige sicura seguendo le indicazioni dei cartelli stradali, quelli che puntano verso l’ignoto, verso la nuova vita, verso la via in cui abita la felicità e lì sosterà, aspettando che esca dal portone di casa per invitarla a fare un giro e mostrarle quanto è bella la città rischiarata dalle luci della notte.

Adesso puoi anche smettere di immaginare tutto: c’è solo da vivere.

 

 

 

 

 

🎧 : Wakin on a pretty day – Kurt Vile

 


Credits
Immagine in evidenza: Babeth Lafon

Come ti vogliono gli altri

Buona parte della mia vita ho passato a sforzarmi di piacere agli altri, ad affannarmi per soddisfare le loro aspettative, per compiacerli.

Mi dicevano che avevo i capelli troppo lunghi, troppo ricci, troppo rossi. Le sopracciglia erano troppo sottili e il loro colore faceva a cazzotti con quello dei capelli. Che non dormivo abbastanza e che le mie occhiaie erano troppo evidenti. Che mi si toccavano le ossa del bacino, dal gran che ero magra.

«Ma mangi?». «E mangiatele le lasagne, e mangiatele le torte di compleanno». «Non mi piacciono, come devo dirtelo? Vorrei solo mangiarmi te in questo momento» – rispondeva d’istinto la mia testa, indubbiamente più coraggiosa della voce che strozzata si fermava in gola ed implodeva nel petto. «Non parli mai, stai troppo zitta» – mi rimproveravano spesso, disturbandomi dall’agio e strappandomi via dalla mia zona di conforto; «ma ce l’hai la lingua?», che eravate voi ad averne troppa l’ho capito solo dopo. «Hai l’aria troppo sbattuta, truccati un po’ che sembrerai più bella!». «Ti vesti troppo sportiva, non sei abbastanza femminile, ti regalo una gonna bellissima, vedrai che ti starà d’incanto». «Ma come non hai il fidanzato? Vedrai che se ti metti quella gonna lo troverai di sicuro».

Così passò l’intera adolescenza, tra consigli e giudizi non richiesti, esternazioni più o meno velate, confini d’intimità ripetutamente violati e gli avverbi “troppo” e “non abbastanza” come uniche costanti.

I primi tempi non ci davo troppo peso, o meglio, sentivo che toccavano un punto, precisamente localizzato all’altezza della milza, che faceva male, ma era piuttosto sopportabile. Era come se lì si fosse creata una piccola ferita, che però non faceva in tempo a richiudersi prima che un altro giudizio la fendesse, sempre lì, riaprendola. Finì che da piccola che era diventò troppo grande, tanto da sanguinare ininterrottamente. Come un’ulcera.

Cambiai.

Cominciai ad ascoltare tutte le loro parole tracotanti e alle volte era molto complicato perché capitava che fossero contraddittorie e non sapevo come fare, andavo in crisi.

Chi dovevo essere?

Mi allontanai sempre più da quella che ero e mi trasformai in una creatura sconosciuta e irriconoscibile.

I miei ricci caddero ad uno ad uno, esanimi, sul pavimento, stroncati dalla frenesia di forbici impazienti di tagliare, tagliare e tagliare; così un carré biondo e liscissimo prese il posto di quel groviglio infuocato di capricci. Feci crescere le sopracciglia a modo loro, non avevano poi una brutta forma, e iniziai a schiarirle per abbinarle al nuovo colore di capelli. Mi cimentai nel trucco con mano incerta e, non di rado, tendente all’esagerazione. Mangiavo molto più di prima, spesso male, e le ossa del bacino, adesso, non si tastavano praticamente più, se non premendo a fondo. Cominciai a parlare più spesso, anche a vanvera certe volte pur di non stare in silenzio, in quella quiete che prima mi godevo e a stento adesso sopportavo. Quando capitavano i temutissimi momenti di silenzio, mi sentivo inghiottita da una bolla vuota ma pesante, che mi sembrava opportuno riempire di parole, a costo di diventare io, alla fine, quella insostenibile. Presi a ridere di più, anche quando non ne avevo voglia sentendo i muscoli della mascella irrigidirsi in una maschera scomoda e innaturale. Iniziai ad indossare le gonne, coi collant in inverno, le scarpe col tacco e gli spasimanti non tardarono ad arrivare.

Dapprincipio tutto questo interesse mi esaltava, come se ogni complimento maschile, non certo disinteressato, accrescesse il mio valore, come persona, ma presto mi accorsi che stavo costruendo la mia autostima su fondamenta tutt’altro che solide, nel momento in cui, al primo leggero scossone – neanche un primo grado della scala Richter – iniziò, inevitabilmente, a vacillare.

Le critiche, quella valanga di parole insopportabili che cercavo in tutti i modi di arginare, arrivarono anche stavolta, nonostante gli sforzi, nonostante credessi di essere diventata quella che volevano.

E così, puntuali come le ferrovie giapponesi, ricominciarono: «hai i capelli troppo rovinati, ma se li tagli poi diventeranno troppo corti. Dovresti farli crescere un po’ e poi tagliarli»; «sei troppo giovane per portare tutto quel trucco, non ti fa respirare la pelle e poi ti riempi la faccia di brufoli»; «hai un fisico perfetto adesso, né troppo grasso né troppo magro, un po’ ti invidio sai…ma secondo me dovresti tonificare un po’ qui».

Il mio nuovo modo di comportarmi, invece, aveva sortito effetti diversi. La mia parlantina faceva sì che adesso tutti mi ascoltassero con piacere, o almeno così mi pareva all’inizio della conversazione, perché poi, dopo un po’, i loro occhi prendevano a vagare per la stanza, annuivano a qualunque cosa dicessi come automi e mi sembrava di parlare a tu per tu con le pareti.

Avevo l’impressione che adesso mi avessero appiccicato un’altra etichetta: ero quella che rideva e che parlava troppo.

Fantastico. In ogni caso ero sempre sbagliata.

Ma io ero davvero quella che volevo essere? – mi domandavo sempre più spesso, di solito nel cuore della notte, a letto, quando rimanevo sola con me stessa.

Io mi piacevo davvero?

«Hai la fila dietro la porta di ragazzi, ma possibile che non ti piaccia nessuno? Vedi che è un attimo che passi per quella facile se li frequenti e poi non ti metti con nessuno».

Adesso avevano davvero oltrepassato il limite.

Ero stanca. Stavolta ero io ad essere troppo stanca.

Decisi allora che era arrivato il momento di trovare una soluzione, di confrontarmi con me stessa. Decisi di diventare quella che io, ed esclusivamente io, volevo essere. Di non essere più completamente in balia del giudizio altrui, al quale mi conformavo come un camaleonte mosso da istinto di sopravvivenza.

Avevo superato da qualche anno la maturità anagrafica e sebbene non fossi davvero matura, mi sentivo un po’ più consapevole di ciò che ero, di dove volevo andare e di come volevo mostrarmi al mondo.

Il lungo percorso ebbe così inizio, prendendo avvio dalla parte più semplice da modificare, cioè il mio aspetto. Dopo lunghe riunioni a porte chiuse a chiave con lo specchio del bagno arrivai alla decisione di far allungare i capelli e smisi di tingerli; appurai che il mosso era l’acconciatura che più si addiceva ai miei lineamenti e mi armai di uno strano aggeggio dalla forma fallica, meglio noto come “ferro per fare i boccoli”; imparai a spinzettarmi le sopracciglia a dovere e finalmente il loro colore era precisamente identico a quello dei capelli. Mangiavo quando avevo fame e fin quando ero sazia e andavo spesso a correre, ma solo perché ero io a volerlo e mi faceva stare bene.

Stavo imparando, per prove ed errori, a calibrare le parole, le risate, i silenzi.

Ero diventata piuttosto brava anche a vestirmi e se decidevo di indossare i tacchi di solito non mettevo la minigonna, cercando di dosare audacia e castigazione, ma principalmente di stare a mio agio.

E all’università mi innamorai per la prima volta. Di Marco. Fu il mio primo vero ragazzo.

Ero felice. Felice sì, finalmente felice.

Ma soprattutto, al di là dei discorsi superficiali sull’esteriorità, stavo costruendo piano piano la mia rete di valori, le cose a cui dare importanza; avevo in testa tanti progetti da portare a termine, non vedevo l’ora di laurearmi, di viaggiare, di mangiarmi a morsi il mondo. Sentivo di avere la mia vita in pugno e avevo gli occhi pieni di luce.

 

E gli altri?

Gli altri in tutto ciò non erano cambiati di una virgola, non sono mai cambiati di una virgola, e continuavano imperterriti a blaterare. Anzi, mi accorsi di una cosa nuova, che tutta questa felicità doveva avere in sé qualche elemento disturbante per chi non lo era.

Ma la cosa più importante era che stavo cambiando io. 

Ero al riparo, avevo trovato un porto sicuro, non al di fuori, ma dentro di me. Avevo imparato a fasciarmi le ferite, a ripararmi con lo scudo che io stessa avevo forgiato; a setacciare le critiche utili da quelle inutili; a concedermi e a perdonarmi lo sbaglio, senza infierire; a staccarmi di dosso tutte le etichette che ora non fanno più tanta presa; ma, soprattutto, a volermi bene e a guardarmi anche, principalmente, coi miei occhi. All’inizio non ero troppo brava, devo dire; è stato, lo è ancora, un duro lavoro, ma con il passare del tempo, sto diventando sempre più capace.

Oggi sono cambiate milioni di cose nella mia vita, ho cambiato svariati colori e tagli di capelli per dirne una – la più frivola – e anche qualche ragazzo, ma una cosa non è mai più cambiata. Ho continuato a mantenere questa rotta, a seguire la lezione che ormai avevo recepito in modo forte e chiaro.

E nel mentre la gente?

Nel mentre la gente continua a parlare, a parlare, a parlare, ma ora che si attengono alle regole vigenti nel mondo adulto pensano bene di non farmi ascoltare cosa dicono, così non mi resta che immaginarlo.

 

Ma – lascio a voi la conclusione – adesso, è davvero così importante saperlo?

 

 

 

 

🎧 :  Come as you are – Nirvana

 


Credits

Immagine in evidenza: Harriet Lee-Merrion

 

 

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