Eterno succedersi d’onda

E mi sento quest’onda

che più forte si fa
per staccarsi dal mare:
di rigetto sospinta s’innalza, s’incresta
e si scaglia lontano.

Ma l’impatto è in caduta
e perduta la forza, rallenta,
accasciandosi in velo.

In un limbo di terra e di spuma
il suo essere stesso l’attira, l’incaglia,
e ricaccia con sé.

È un eterno succedersi d’onda
fuggire da te
che sei il mare.


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Immagine in evidenza: Anne de Vries, Silent Storm

Una sera di pioggia

Il corpo appena nudo
un’onda in movimento
sdraiato sul sedile
di una renault spenta;
le nubi già intessevano la pioggia
mentre una donna sirenetta
giocava a farsi mare,
e un dito d’uomo era una nave
che viaggiava solitaria
tra la clavicola e la spalla
sulla sua pelle d’acqua e luna.

Lontani,
gli occhi dei palazzi
li circondavano di stelle.

Chissà cosa farà
la gente triste nelle case
se la felicità che è lì racchiusa,
è solo vostra,
e se si accorgeranno i due signori
con l’ombrello
che ora costeggiano quell’isola
di mare e di metallo.

Tagliando i fili della pioggia
passeranno,
guardando forse di sottecchi,
con un sorriso nelle tasche;
e mentre i piedi corrono alle case,
la testa volge indietro di trent’anni,
dove balena lieve ancora
il cielo blu di un’altra età.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza: Giovanni Esposito (Quasirosso)

Rotta interiore

Remavo in acque stanche
di vedermi
andare in tondo.

Tu già lo sai, ma poi ho spaccato
piano il cerchio,
esteso il raggio all’infinito
ridisegnando un altro tratto,
il più possibile una retta:
quella la rotta
in cui ho deciso di viaggiare.

Nessuna riva si scorgeva
in mezzo al mare
non importava di arrivare
solo una voce mai sentita
e che ho provato – finalmente –
ad ascoltare.

Una sirena? Il cieco istinto?
Oppure solo il mio volere,
per una volta – a dirmi basta,
adesso andiamo –
il mio volere.

E con la leva ritemprata
il volto acceso all’orizzonte
il vento buono ed io la vela
– un’avventura –
e la paura, sì, ma una paura
assai diversa, quasi bella,
di quando scopri com’è andare
e la fiducia ti attraversa
e tu sei lì che occhieggi fiero
fianco a fianco.

E invece adesso che succede?
Cosa respinge la mia barca
ancora al punto di partenza?
Il vento soffia come un drago
tu te ne vai la vela è rotta
e c’è una pioggia fitta d’aghi
minutissimi e pungenti
che mi riporta crudelmente
verso il noto.

E il mio volere? Che fine ha fatto
in questo andare il mio volere?
E la fiducia?
Perché anche lei sembra
che mi abbia abbandonato?

Così in quest’acqua mi dibatto,
e tu che vedi da laggiù
se non quel cerchio
che ora sembra il ghirigoro
di un errare spaurito

– e il mare calmo –

ché se lo guardi da lontano
è sempre calmo il mare
da lontano…

Però se guardo anch’io di fuori
da me stessa

– la vela è intatta –

e come te – ancorato qui
non vedo altro che sereno.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Hellicopter

Il mio piccolo cielo sul mare

Ansima il cielo,
il mio piccolo cielo sul mare,
e mi chiedo se sa,
se ha visto a Ponente
quel ponte campato
crollare,
le vite all’oscuro
cadere,
i volti distinti
degli uomini in grigio
gli esperti
annegare ogni colpa.

Io credo che sappia,
– m’illudo c’insegni –
e su questa mia piccola terra
mi sembra che si agiti
in alto una belva,
e ha gli artigli lucenti
che graffiano i lividi
muri,
un ruggito che intima fuga.

La minaccia è incombente,
ma la gente al suo lido rimane,
l’estate, la vita normale
continua

– È giunta la pioggia
– No, è solo un bambino che gioca
coi sassi sull’acqua

Attendono gli uomini,
indugiano, sfidano il tempo

e nel mentre dimenticano

finché non arriva
– annunciato –
il tracollo del pianto.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Nynne Rosenvinge

Tra le mani

Tra lo scrigno delle mani
custodisco la mia gioia,
il tuo bel viso.

Come un riccio un poco schiuso di castagna,
o le valve che nascondono una perla,
come un calice a difesa della tua corolla bruna,
ergo valli per celare i nostri baci.

E trattengo, piano e insieme
avidamente, la tua bocca
come l’acqua del deserto
che non basta,
grano in tempi di miseria.

Ti trattengo come fossi una partenza.

Tra lo scrigno delle mani
io racchiudo un altro mondo:
mari stretti come anelli,
colli, valli, ed una selva
cresce attorno alle tue labbra,
madreperla che scintilla
la frontiera dei tuoi denti,
un vulcano che respira
arde appena sopra il mio;
la mia mano perde forza,
si abbandona sul tuo braccio,
l’aria è calda come agosto,
la tua pelle invece è fresca,
sottobosco che germoglia
all’ombra sciolta dei capelli.
Il tuo refolo sul collo
mi rianima e scompiglia.

Sposto un attimo le mani,
ora a forma di conchiglia,
chiudo l’antro del tuo orecchio,
la mia voce giunge in fondo al labirinto:

non è mare ciò che senti
in lontananza,
l’onda dolce che bisbiglia,
la parola in consonanza
che assomiglia.


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Immagine in evidenza: Riccardo Guasco

D’estate si esagera

D’estate si esagera,
si esagera sempre.

Il ragazzo felice dimora nell’aria
e se innamorato lo grida agli uccelli
scalando i palazzi di notte dai tetti
trasmette alla luna l’ebbrezza dei baci.

Il ragazzo scontento s’immerge nell’ombra
e in un letto d’inverno lo raggiunge il rimbombo
di risa e schiamazzi dal mare.
E lei che lì fuori sorride
ad un altro gli pare
la donna più bella del mondo.

La vita è più vita e la morte più morte
d’estate, e se solo un amore ti lascia
il suo vuoto smisura ed il sole si oscura
ed ancora brutale ti acceca.

D’estate si esagera,
si esagera sempre.

E non resta che attesa
di coscienze destate d’autunno:
un settembre sincero
renderà lucidissime
le emozioni che senti,
e dirà senza inganni

quanto veramente tu ami,
quanto veramente tu manchi.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza : Alessandro Gottardo

Oltremare

 

 

Ho visto il mare oziare in lontananza
sul letto d’alga verde della primavera,
distese d’oltremare adagiate sopra l’erba,
erano l’acqua che ninnava col vento,
la mancanza che si muta in sogno.

Ho visto il mare in lontananza
e l’ho raggiunto per immergervi la mano,
mi colsero sorpresi i capolini dei fiori sull’attenti,
e le creste blu dei petali che irridevano col vento
il mio sogno che ritorna mancanza e disincanto.

 

 

 

 


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Immagine in evidenza: Tiziana Rinaldi

MigrARE

Di ritorno da un fine settimana diverso dal solito nella città di Lucca, dopo aver visitato la Biennale Internazione di fotografia del Photolux Festival, penso sia arrivato il momento di lasciarvi questo racconto/riflessione scritto un po’ di tempo fa, che mai come adesso sento l’esigenza di pubblicare.

Quella della mostra é stata un’esperienza molto toccante che ogni persona avrebbe dovuto fare per vedere coi propri occhi LaVerità. Mi riferisco soprattutto a coloro che preferiscono tenerli chiusi, insieme alle orecchie (ben tappate eh, mi raccomando!), quando si trattano questi argomenti.

Sto parlando del fenomeno delle Migrazioni.

In fondo all’articolo troverete uno fra i tantissimi scatti meravigliosi e struggenti che ho apprezzato di più. Inoltre, vi invito a guardare i lavori  del bravissimo Alessandro Penso. 


 

 

Neanche i suoi occhi riescono ad ammaliarmi come riesce a fare il Mare.
Credo che, se non sopraggiungessero i pensieri, le cose da fare, il senso del dovere, il perentorio imperativo del nostro tempo, la voce che si insinua nell’ozio della contemplazione esortandoti a fare qualcosa di più produttivo, potrei stare ore, giorni, mesi, anni – invecchiando – a fissarlo, senza mai stancarmi.
Ciò che ogni volta mi sorprende è come il Mare sia di tutti e di nessuno, ma ti dia l’illusione di essere solo tuo. Sembra esistere unicamente per capirti, darti risposte, dipanare incertezze, gioire e intristirsi insieme a te, essere il tuo fedele confidente; quello che poi non li svela a nessuno i tuoi segreti, ma li inghiotte e li manda giù, muto, nell’abisso.
Oggi non lo avevo ancora incontrato, troppo presa dai preparativi per una partenza con destinazione Bologna, dove purtroppo il Mare non arriva.
Dacché non vivo più qui, quando poi torno, mi capita di avere il bisogno di affacciarmi al balcone o di spiarlo di soppiatto dalle persiane della finestra per stabilire quella connessione speciale che mi fa illudere di essere la sua spettatrice prediletta. Prima non lo facevo mai così di frequente; anzi, c’erano giorni in cui lo ignoravo del tutto o gli lanciavo solo occhiate distratte. È proprio vero che la bellezza, quando ce l’hai sempre sotto gli occhi, finisci per non notarla più. Adesso, invece, ho la convinzione che tanto più tempo passo a guardarlo e per tanto più tempo mi resterà dentro. Come quando fissi il sole o una luce molto forte per un po’ e chiudendo gli occhi continui a vederla nel buio perché ormai ti si è impressa nella retina, o chissà in quale parte recondita dell’occhio.

Per il nostro appuntamento di oggi il Mare si era vestito d’inverno; signorile nel suo mantello verde giada orlato di soffice pelliccia bianca, facendomi sentire sciatta, al confronto, con i miei abiti casalinghi e dimessi; e il suo temperamento nervoso si manifestava chiaramente nel moto ondoso incessante e a volte contraddittorio, che mi ricordava da vicino il tumulto di emozioni che mi porto dentro da sempre.
Il Cielo, invece, carico di nuvole grigie e pesanti, mi dava l’impressione di volergli piombare addosso da un momento all’altro, per annientarlo. Ma il presunto rivale, nonostante l’apparenza irrequieta aveva il cuore al riparo dal tormento come chi è conscio della sua forza interiore e sa di essere imbattibile.
Mentre mi abbandonavo alle mie riflessioni il Mare si stava relegando sullo sfondo, cedendo il primo piano a due figure scure – sagome di migranti – che camminavano silenziosi e distanziati l’un l’altro, quasi misurando ogni passo dimodoché il distacco fra loro rimanesse sempre lo stesso. Il colore scuro dei loro corpi si stagliava sul velo bianco delle onde di questo Mare che è tutto ed è anche sposa. Uno dei due forestieri aveva già attraversato quasi tutta la mia visuale e stava per scomparire dall’ultimo fotogramma che lo vedeva protagonista, l’altro lo seguiva più indietro, mentre io attendevo una scena che stava per ripetersi. Ma ciò non accadde. Anche un’onda, del resto, non è mai identica alla precedente. L’uomo si fermò a metà percorso, mi voltò ignaro le spalle e rivolse tutto il suo corpo e la sua attenzione al Mare. Davanti a lui, davanti a me – oltre Lui – le isole Alicudi e Filicudi si intravedevano lontane. Pensai che il mio simile non aveva neanche la fortuna di guardare l’orizzonte in direzione della sua terra, con la speranza che il Cielo gli concedesse la possibilità di scorgerla.

(Neanche da Bologna si vede la Sicilia – considerai con affrettata superficialità).

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Il migrante sembrava conoscere bene il Mare e già solo questo pensiero mi parve tradire l’esclusività del nostro rapporto. Forse nella traversata gli fu anche nemico, quando tentava disperatamente di raggiungere una nuova e sconosciuta terraferma.
Con me, invece, il Mare non era mai stato veramente ostile; non ci eravamo mai accapigliati, e quindi constatai che alla nostra relazione, che poco prima credevo completa, mancava un tassello fondamentale: la litigata furiosa seguita dalla riconciliazione, necessaria a rinsaldare il legame.

Bisogna scontrarsi sempre, prima di amarsi per davvero.

In qualsiasi modo andò tra loro due, adesso, era evidente che avevano fatto la pace.
Ed é così: al Mare gli si perdona tutto quanto, non riesci ad odiarlo. È una lotta impari perché alla fine vince lui, sempre e comunque. Può avvolgerti in un abbraccio caloroso e fraterno; cullarti fra le onde come una madre amorevole intonando la sua ninnananna; può offrirti la sensualità di un amante quando ti siedi sulla riva per ricevere le sue carezze voluttuose ed instancabili; ma anche schiaffarti a terra senza darti il tempo di rialzarti per riprendere fiato e poi colpirti ancora più forte se osi contraddirlo, come un padre o un marito anaffettivo e violento.
Non lo puoi addomesticare, è Bene e Male insieme, forse è anche Dio.
E quell’uomo dal passato di certo doloroso, dal presente forse difficile e dal futuro precario – in una terra che forse non si aspettava di trovare, a tratti, così superba, disumana ed inospitale, quel posto in cui aveva riposto tutte le sue speranze disilluse – mi sembrò aver trovato nel Mare tutto ciò di cui, in quel momento, aveva realmente bisogno.

La comprensione. Il dialogo. La parola di conforto. L’accettazione. L’accoglienza.

Mare, Mare, se solo potessi elargire anche solo una di queste tue nobili virtù a quella parte di umanità malata che si crede superiore a tutto, senza accorgersi della sua evidente piccolezza.
Vorrei che insegnassi loro, dall’alto della tua reale superiorità, che siamo tutti quanti stipati sulla stessa barca che chiamiamo Terra, con la sola differenza che taluni hanno un po’ più spazio di altri; che, sebbene tu ne abbia il potere, al tuo cospetto non vi è l’ombra della discriminazione quando devi scegliere chi far morire o chi salvare; e a coloro non già contagiati dall’odio e dalla violenza, vorrei che mostrassi come si fa a corrodere con pazienza e tenacia i muri di cemento e filo spinato eretti dall’ignoranza e ad alzare la cresta dell’onda ed il frastuono, qualora fosse necessario, per far sentire la propria voce.
E a noi tutti, stremati dalle nostre piccole o grandi guerre che siano, combattute per rancore, per orgoglio, per paura o per errore, vorrei che ricordassi il tuo più prezioso insegnamento: l’importanza della tregua, dell’ascolto e della compassione.

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“Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro.”
(Predag Matvejevic)

 

🎧 : Stormi – Iosonouncane


Credits

Immagine in evidenza: YaoChengDesign
Immagine d’intermezzo: Alessandro Penso
Immagine in chiusura: Liu Bolin

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