Persino amore

La pelle con il tempo
ha fatto il suo lavoro,
risplende sugli sfregi
del passato,
e intento di altra pelle
potrebbe esser carezza
e non per forza altro dolore,
persino cura,
persino
amore.

Qui l’oggi si offre bianco
come un foglio mai aperto,
un fiore in sé raccolto
che nel buio si rinnova,
ma io soltanto vedo
il mio passato,
lì dove la ferita
si squarcia nel ricordo,

e seguono a proteggermi
due occhi spalancati
sulla schiena.

Magari basterebbe
socchiuderli un momento,
scordare un vecchio pianto,
abbandonarsi al corpo…

e poi,
può pure darsi,

stupirsi.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Rachel Levit

Il mio prossimo viaggio

Raggiro un dolore pensando
al mio prossimo viaggio.

Mi fa da cappotto, il pensiero,
nel freddo che arriva improvviso
e mi lascia ristretta,
come il niente di te
che mi hai imposto.

Ricordo dicembre,
la notte più grande del giorno,
e tu, come il sole di là dal ventuno,
indugiavi nel cielo
insinuando la luce oltre l’uscio del buio,

– così mite l’inverno
non capitava da tanto –

Nemmeno la fine di marzo
ed io già a primavera
con te che correvi
inondando di giallo
i miei campi
e mi aprivi e chiudevi
la bocca di baci.
Sei bella, sei un sogno
– dicevi.

Un’estate grandiosa
attendeva alle porte,
ma eri un sole furioso
con la fretta di amare
e bruciavano fiori,
mie inutili spine a difesa,
tra le nostre parole
infuocate,
sedate,
incomprese.

Ora è autunno e sei spento,
esaurito
il tuo slancio,
o sei brace che arde
in disparte, nascosta, in silenzio,
mentre il giorno si accorcia
e si fa di cristallo,
tirandosi addosso man mano
una coltre coperta
di stelle.

Ho un sentore di neve
per questo dicembre,
e quel viaggio è per prendermi
il sole che manca

così freddo mi pare l’autunno,
non capitava da tanto

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Mateja Kovac

Rifugi

Non mi è rifugio
il sonno,
questa notte.

Il sasso – appendice
del giorno trascorso –
è slegato ora ai piedi
del letto;
chissà se si allevia
al pesare delle ore
e dell’aria.

Vorrei fosse polvere sparsa
al mattino.

Il mio corpo spogliato
è leggero,
ha cambiato il suo stato
e al momento lo inquieta
l’assetto del volo,
dove anche un lenzuolo
è fardello e nemico.

Allora si fionda, impazzando,
la mente, e sebbene sia stanca,
si applica in versi, pensieri,
e parole da dirti,
ma è fallace il suo slancio
e si schianta in un lampo
nel buio.

Il tuo odore mi manca e il rifugio
è in quel poco tessuto
dell’unica cosa rimasta
– che neanche più odora – di te:

tra le pieghe nascondo
il mio viso strofino
percorro respiro
fino all’ultimo appiglio
che quasi,
che quasi

ti sento
e più nulla ricordo
al risveglio.

È come anestetico,
a volte,
ingannarsi.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: OhGigue

Sale

Lacrima fortissima

che erompe tenera,
tiepida sul viso,
frangendo gli argini di ghiaccio
del ritegno;
bisogno urgenza – come ridere –

discende

senza più peso né colore
e come niente
mi sgrava i polsi e le caviglie,
l’incudine le spalle,
il marmo il petto,
il cuore grosso,
sgroviglia corde di metallo
nel mio collo.

E riposandomi una piuma,
finisce già il suo breve viaggio,
svoltato l’angolo del volto,
su un fazzoletto,
inaridendo sulla pelle
o nella faglia stesa tra le labbra:

sale,

quell’unico sapore che conosco
del dolore.

 

 

 

 

🎧: I’ll drown – Soley


Credits

Immagine in evidenza: Studio Proba

In nero

Morire per quattro lamiere:
ricordo
le spade affilate
del sole;
morire tra quattro lamiere:
vorrei
le braccia dolci
di mia madre.

Morire perché nero
non è già solo un colore,
è ancora una condanna,
ed un “contratto”;
morire perché non basta
avermi già mortificato
per venti euro di compenso
e cumuli d’arance
rosse di vergogna;
morire perché un uomo
mi ha sparato come a un ladro,
decretando
che questo
era il mio giorno;
morire perché sto solo
sto solo
cercando
un posto
in questo mondo.

Che credevo mi (a)spettasse.

Ma forse non esisto,
io non sento differenza
ora che son qui riverso
sopra il rosso
del mio sangue,
confondendolo col succo
delle arance,
sulla terra dove ho mosso
il primo passo da diverso,
che mi ha accolto
– tra lamiere –
già da morto.

O forse sto esistendo
solamente per un giorno,
io non sento indifferenza
oggi che il mio volto serio
è sulla stampa nazionale,
che il mio nome sembra vero
sulle bocche della gente,
ma in un niente sbiadirò
dopo alcune settimane.

Faccio in tempo
a salutarvi,
miei compagni di dolore,
di pianti dirottati
sulla fronte,
e di sorrisi a denti stretti,
delle ore a lavorare
sotto il sole
senza alcuna protezione
di viaggi disperati,
lotte sindacali,
ed illusioni.

Addio,
sopravvissuti
al candido terrore.

In nero,
questa volta,
pago io.

 

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Paolo Castaldi

Segreti essenziali

Fascerò uno ad uno
i miei teneri aculei
a più giri di nastri di seta,
cosicché le tue mani di pane
non avran da temere
a volermi toccare
ed amare,
e soltanto
i secreti essenziali,
il velluto rubino
dei petali
avrai da sentire;
vorrei dirti comunque
di fare attenzione,
– mi spaventa
la tua fragile tempra –

che per quanto
io provi a non farti
del male,
per quanto io provi,
può darsi che accada.

Perché essere al mondo
funziona così.

E no, non significa
amarti di meno,
ma essere misero
fiore di spine,
essere misero
essere
umano.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Jenny Liz Rome

Blog su WordPress.com.

Su ↑