Eterno succedersi d’onda

E mi sento quest’onda

che più forte si fa
per staccarsi dal mare:
di rigetto sospinta s’innalza, s’incresta
e si scaglia lontano.

Ma l’impatto è in caduta
e perduta la forza, rallenta,
accasciandosi in velo.

In un limbo di terra e di spuma
il suo essere stesso l’attira, l’incaglia,
e ricaccia con sé.

È un eterno succedersi d’onda
fuggire da te
che sei il mare.


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Immagine in evidenza: Anne de Vries, Silent Storm

Si fa strada, talvolta, così, la paura

Si fa strada, talvolta,
così, come un rigo di lava
tra rocce,
una strana e sommessa paura,
un sottile timore
di perderti;

di sentirti le labbra seccarsi
se ancora mi baci,
e con l’occhio ingrigito
trovarti a guardarmi
pensando a tutt’altro,
e che poi la tua mano finisca d’intendersi
con la mia nuca,
e che io non diventi
nient’altro per te
che la scia di uno sfogo
d’amore, niente più
che un pensiero normale,
tra la spesa da fare
e che cosa si mangia per cena,
che ti metta ad amarmi come s’amano
male le belle abitudini.

Si fa strada, talvolta,
così,
la paura.

Come un rigo di lava
scorrendo si fredda,
ed un tratto di roccia,
col tempo,
essa stessa, diventa.

 

 

 

🎧: While my guitar gently weeps – The Beatles

 


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Immagine in evidenza: Alexandra Levasseur

Ultimo lento

Frano,
sul fronte ripido
del tuo petto.

Son statua di sabbia,
granito di neve,
ammasso di zucchero
e sale, gigante
di frolla.

Ma tu
mi tieni un poco,
qualche minuto
appena intera,
senza dire;
io che sotto ai tuoi occhi
mi ruppi,
e che adesso sussulto
incavata al tuo collo,
con il cuore che sbatte
di fianco, e dirompe
aggrappandosi
al tuo.

Così forte,
più calmo.

Ed un’ansia soffusa
si svela dai palmi,
li prendi e li guardi
come piccole foglie,
ti sento sfiorarli,
distante.

Ma m’imprimi le viole
sul viso;
e i tuoi baci
non franano giù
per la ripida fronte.

Che penoso quest’ultimo lento!

 

Non so come, né dove,
ma vado:
è arrivato a staccarci via
un treno.

 

 

🎧 Rino Gaetano – Sfiorivano le viole

 


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Immagine in evidenza: Flowsofly

Ti leverei trent’anni

Ti leverei trent’anni,
e delle ossa ne farei
robuste canne di bambù;
la mente lustrerei
come un argento,
e serva china ed ai tuoi piedi
sarei la lima su ogni callo;

un cuore nuovo,
il passo svelto,
col panno al dito
e il fiato caldo,
ti ridarei l’azzurro,
la nitidezza nello sguardo.

Ed in quell’ora di segreti
al dopopranzo,
mi siederei tornando figlia
sulle gambe,
a bassa voce leggerei
quello che ho scritto:

mi sentiresti, mamma
senza più chiedermi che ho detto.

 

 


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Immagine in evidenza: Claudia Tremblay

Piccola morte

Conserva un residuo
d’amore
per quando andrai via,
abbi un’ultima cura
per me.

E vai via
senza farti sentire,
e vai via a piedi scalzi,
e vai via come un gatto;
esci come la notte
mentre ancora sonnecchio,
non guardarmi neanche,
dammi un bacio di vento,
non lasciarmi
un biglietto, né un fiore
all’ingresso.

Tanto il muto passare
delle ore,
il compianto di tutte le cose
mi diranno di te.

Ma la porta, ti dico,
la porta tu lasciala
un poco socchiusa,
fai passare l’odore
del giorno,
e la luce che attende
il risveglio.
Cosicché,
non appena vorrò,
potrò uscire
e tu, forse, volendo,
tornare.

Rendi dolce
come un lento risveglio
questa piccola morte
apparente.

 

 

 


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Immagine in evidenza: Pedro Tapa

Si ringrazia massimolegnani per avermi suggerito di cambiare il finale

Persino amore

La pelle con il tempo
ha fatto il suo lavoro,
risplende sugli sfregi
del passato,
e intento di altra pelle
potrebbe esser carezza
e non per forza altro dolore,
persino cura,
persino
amore.

Qui l’oggi si offre bianco
come un foglio mai aperto,
un fiore in sé raccolto
che nel buio si rinnova,
ma io soltanto vedo
il mio passato,
lì dove la ferita
si squarcia nel ricordo,

e seguono a proteggermi
due occhi spalancati
sulla schiena.

Magari basterebbe
socchiuderli un momento,
scordare un vecchio pianto,
abbandonarsi al corpo…

e poi,
può pure darsi,

stupirsi.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Rachel Levit

Il principio di un amore

Quanto fragile può essere
il principio di un amore,
quanto effimera
la luce del germoglio;
quanto forte la speranza
di resistere agli eventi,
all’incostanza nella cura,
la dipendenza
dal nostro essere acqua pura,
o vento caldo e dirompente.

Così teniamo,
tenere, le mani
come attorno a una fiammella,
per poi scontrarci senza accorgerci
di stare a calpestarlo.

Chiediamo troppo a questa vita
che non si sa cosa sarà?

Se quercia eterna,
o getto breve della terra.

La sua risposta è già riposta
nel suo seme.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Kristine Graudule

Una sera di pioggia

Il corpo appena nudo
un’onda in movimento
sdraiato sul sedile
di una renault spenta;
le nubi già intessevano la pioggia
mentre una donna sirenetta
giocava a farsi mare,
e un dito d’uomo era una nave
che viaggiava solitaria
tra la clavicola e la spalla
sulla sua pelle d’acqua e luna.

Lontani,
gli occhi dei palazzi
li circondavano di stelle.

Chissà cosa farà
la gente triste nelle case
se la felicità che è lì racchiusa,
è solo vostra,
e se si accorgeranno i due signori
con l’ombrello
che ora costeggiano quell’isola
di mare e di metallo.

Tagliando i fili della pioggia
passeranno,
guardando forse di sottecchi,
con un sorriso nelle tasche;
e mentre i piedi corrono alle case,
la testa volge indietro di trent’anni,
dove balena lieve ancora
il cielo blu di un’altra età.

 

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Giovanni Esposito (Quasirosso)

Mi basta un niente

Mi accontento di brevi felicità:

un libro appena preso,
accarezzare il gatto,
qualcosa che mi piace da mangiare,
il vino buono, un bel vestito,
andare un po’ a teatro.

Il resto, nel frattempo,
scorre liscio,
e quasi mi stupisco
se non ti penso affatto,
a ridere di gusto,
di stare credo bene.

Ma poi mi basta un niente,
il guizzo di un ricordo:

la scia di una canzone
che ritorna,
un po’ del tuo sapore
trattenuto,
la luce repentina di uno sguardo,
la linea del profilo mentre guidi,
Valeria”,
come lo dici,
un uomo che non c’entra
e ti somiglia,
la mano aperta impressa
e ancora cara,
le labbra che s’increspano un pochino
se le chiudi.

E in me,
da qualche parte,
esplodi amore.

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Francisca Borzea

Il mio prossimo viaggio

Raggiro un dolore pensando
al mio prossimo viaggio.

Mi fa da cappotto, il pensiero,
nel freddo che arriva improvviso
e mi lascia ristretta,
come il niente di te
che mi hai imposto.

Ricordo dicembre,
la notte più grande del giorno,
e tu, come il sole di là dal ventuno,
indugiavi nel cielo
insinuando la luce oltre l’uscio del buio,

– così mite l’inverno
non capitava da tanto –

Nemmeno la fine di marzo
ed io già a primavera
con te che correvi
inondando di giallo
i miei campi
e mi aprivi e chiudevi
la bocca di baci.
Sei bella, sei un sogno
– dicevi.

Un’estate grandiosa
attendeva alle porte,
ma eri un sole furioso
con la fretta di amare
e bruciavano fiori,
mie inutili spine a difesa,
tra le nostre parole
infuocate,
sedate,
incomprese.

Ora è autunno e sei spento,
esaurito
il tuo slancio,
o sei brace che arde
in disparte, nascosta, in silenzio,
mentre il giorno si accorcia
e si fa di cristallo,
tirandosi addosso man mano
una coltre coperta
di stelle.

Ho un sentore di neve
per questo dicembre,
e quel viaggio è per prendermi
il sole che manca

così freddo mi pare l’autunno,
non capitava da tanto

 

 

 


Credits

Immagine in evidenza: Mateja Kovac

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