Si fa strada, talvolta, così, la paura

Si fa strada, talvolta,
così, come un rigo di lava
tra rocce,
una strana e sommessa paura,
un sottile timore
di perderti;

di sentirti le labbra seccarsi
se ancora mi baci,
e con l’occhio ingrigito
trovarti a guardarmi
pensando a tutt’altro,
e che poi la tua mano finisca d’intendersi
con la mia nuca,
e che io non diventi
nient’altro per te
che la scia di uno sfogo
d’amore, niente più
che un pensiero normale,
tra la spesa da fare
e che cosa si mangia per cena,
che ti metta ad amarmi come s’amano
male le belle abitudini.

Si fa strada, talvolta,
così,
la paura.

Come un rigo di lava
scorrendo si fredda,
ed un tratto di roccia,
col tempo,
essa stessa, diventa.

 

 

 

🎧: While my guitar gently weeps – The Beatles

 


Credits

Immagine in evidenza: Alexandra Levasseur

Le scarpe nuove (secondo e ultimo tempo)

[continua da qui]

…Immagina adesso di essere arrivata a casa. Hai le scarpe vecchie un po’ sudicie per la pioggia ed il fango che ti hanno sorpreso a metà del tragitto, le altre invece sono illese, dato che le hai tenute al riparo dentro al cappotto, sempre strette sotto il tuo premuroso braccio.

Devo dirtelo, però, non credo sia stata una grande idea, giacché se non l’avessi fatto avresti visto come si sarebbero comportate in un giorno di pioggia e come avrebbero reagito, testando in questo modo la loro resistenza.

Il tuo primo pensiero, una volta entrata, è quello di sistemare le scarpe nuove sotto al letto, un po’ in fondo, quasi fossero un grande tesoro da nascondere; togli il cappotto umido, sfili velocemente le scarpe borgogna e ti fiondi in bagno per pulirle, con non troppo riguardo all’inizio, ma poi, sfregando sfregando, le guardi meglio – le compagne di una vita – e cerchi di metterci un po’ più d’amore; d’altronde, probabilmente, questa è l’ultima volta che lo farai. Questo pensiero inizia ad innescare come una miccia tutta un’altra serie di pensieri; la mente inizia a vagare e cominci a ricordarti i momenti passati insieme, immersa nella stessa nostalgia che si prova riguardando le foto scattate in una vacanza ormai finita: ti sforzi di afferrare la sensazione della prima volta in cui le hai indossate, anche se è passato molto tempo e non riesci bene a immedesimarti e vorresti tanto riviverla; ricordi però che era un giorno di agosto di tantissimi anni fa e che quel giorno ti sembravano le scarpe più belle del mondo. Non alla moda. Di più! Avanguardia P-u-r-a! Ricordi i viaggi da sola e in compagnia, i concerti sfiancanti per i salti e le ore in piedi, tutti gli esami che hai dato all’università mentre loro ti assistevano prima nell’ansia poi nel sollievo, le corse in mezzo ai campi in primavera fra l’erba alta e i papaveri e quelle per prendere il bus in città, i piedi affondati sotto svariati centimetri di gelida neve negli interminabili inverni, il giorno della laurea in cui le avevi fatte tirare a lucido, i pranzi in famiglia, i compleanni, i momenti brutti, tutte le occasioni dalle quali sono uscite sempre pressoché indenni. Senza neanche accorgertene, una lacrima ti scivola lungo la guancia cadendo sulla scarpa destra, asciugata prontamente dal pannetto morbido che stai usando per pulirle, ormai sempre con più dedizione e tenerezza. In un moto d’affetto improvviso fai un gesto all’apparenza ridicolo, ma quello è ciò che senti di fare in questo momento: le abbracci forte con grande impeto, nella maniera in cui, all’età di sei anni, stringevi al petto Camilla, la tua bambola preferita, quando dovevi allontanartene anche solo per qualche ora. «Cami, Cami, tranquilla che non ti abbandono per sempre, torno presto, te lo giuro sui miei capelli…» – le dicevi per rassicurarla, dondolandola fra le braccia quasi a soffocarla.

Questa promessa, però, alle tue scarpe non puoi davvero farla.

Torni in camera scalza, con passi incerti, le scarpe borgogna ripulite tenute saldamente fra indice medio e pollice. È arrivato, ahimè, il momento di decidere. Tiri fuori dal letto le nuove arrivate e ti sembrano ancora più belle di quando le hai ammirate prima. Nella mano sinistra il mondo vecchio, le forme rassicuranti dell’abitudine, il profondo affetto, ma anche l’insoddisfazione e un po’ di felicità sepolta; nella mano destra la novità, l’imprevedibile, il sogno ad occhi aperti, la speranza, le aspettative, la vita. Quelle che tieni nella mano sinistra ti accorgi che pesano nettamente di più: la vita vissuta ha aggiunto il suo carico di ricordi.
Davanti allo specchio, i tuoi piedi nudi sono al centro, premuti sul pavimento freddissimo e i due mondi schierati nella stessa posizione di prima: l’uno alla tua destra, l’altro alla tua sinistra.
Ora tocca a te scegliere da quale parte stare.
C’è un vecchio modo di dire popolare che descrive quelle persone che pur di non fare una scelta fra due situazioni preferiscono stare nella scomodità, tenendo “due piedi in una scarpa”; tu, in questo momento, vorresti tenerli in ben quattro scarpe o, in alternativa, indossarne una di un colore e una dell’altro, se non fosse che sarebbero orribili a vedersi e sei certa che questa situazione non potrebbe durare a lungo, senza contare poi le differenze strutturali delle due calzature che ti renderebbero complicato anche solo camminarci.
Con un occhio serrato e l’altro socchiuso sei in procinto di fare la tua scelta; non sai cosa succederà al paio che hai scartato, se sparirà o rimarrà, se si farà lilliputziano e rattrappito per il dolore del rifiuto; non lo saprai mai, se prima non agisci.

Ora immagina di uscire dalla semi oscurità e di riaprire piano entrambi gli occhi: tutto intorno appare mutato; tutto, ad eccezione di una cosa: le altre scarpe sono ancora lì, sono ancora integre, ma sembrano invecchiate improvvisamente di anni in un colpo solo. In questo momento le scarpe che hai ai piedi – quelle che hai scelto – passano in secondo piano e la tua preoccupazione è solo quella di trovare un rifugio sicuro per quelle che hai lasciato, di dargli l’ultimo saluto.
Un po’ smarrita vaghi per la casa e individui il luogo prescelto in un piccolo armadietto chiuso con una chiave minuscola, che pensi terrai con te dopo averle sistemate, con la speranza che nessuno lo aprirà mai. Sapevi di dover fare in conti con la tristezza, con la malinconia che si porta dietro l’addio, ma questo sentimento viene ora a combinarsi con lo stupore per ciò che ti si è appena parato dinanzi agli occhi: nel corridoio, infatti, hai appena intercettato uno specchio antico e lo sguardo non può che cadere lì in basso, sui piedi. Le scarpe nuove ti stanno divinamente, ti giri e ti rigiri per guardarle bene da tutte le angolazioni e vai a cercare il vestito batik per vederti favolosa fino alla punta dell’alluce, per l’appunto; questa cosa, però, non l’avevi messa proprio in conto…il vestito batik è sparito! Nell’armadio, adesso, ce n’è uno bellissimo a tinta unita della stessa tonalità delle scarpe, più da adulta ed esattamente della tua taglia. Tra lo smarrimento, l’eccitazione e la preoccupazione non avevi però ancora notato che le scarpe che indossi ora ti danno un po’ fastidio sulla scollatura, all’attaccatura dei mignolini; pensi allora che debbano ancora adattarsi per bene e che ci vorrà un po’ – speri poco. Tutto sommato, però, sono alquanto comode, benché un po’ rigide, e il fastidio sembra abbastanza tollerabile, anche se è ancora presto per dirlo.

D’un tratto un suono artificiale irrompe fra il ticchettio dei tacchi irradiandosi dal citofono di casa; rispondi un ‘chi è?’ non troppo esitante e una voce maschile mai sentita prima, ma nello stesso tempo familiare – senza svelarti la sua identità – t’invita a scendere. Rispondi un sì carico di aspettativa, senza pensare, senza timori, senza fare ulteriori domande, infili di fretta il nuovo abito, prendi il cappotto senza indossarlo, preferendo patire un po’ il freddo perché bella vuoi apparire, e afferri una borsetta da sera che ha già dentro tutto l’occorrente, anche la scatola di cerotti. Fai scivolare dentro anche la chiave dell’armadietto. Anzi, no. Ci ripensi e la metti in un cassetto.
Aperto il portone ti accorgi che anche il mondo esterno è cambiato. Il piccolo cortile con le aiuole piene di rose bianche ha lasciato il posto ad un portico basso dai muri color pesca un po’ scrostati e ad una strada pavimentata da piccoli ciottoli irregolari; il primo pensiero che hai è il timore di rovinare il tacco incastrandolo fra i sampietrini. Poco male, starai attenta, ti rinfranchi prontamente. Di là dalla strada, poco più avanti, un’auto, anch’essa blu notte, è ferma con lo sportello del guidatore aperto. Un ragazzo alto, vestito di scuro e dal volto già visto, ma non ricordi né dove né quando, ti fa un cenno abbozzato di saluto con la mano e ti sorride strizzando tutti e due gli occhi. Passa dall’altra parte dell’auto e apre la portiera dal lato del passeggero, aspettandoti.
«Benvenuta! Sei bellissima – lo senti sussurrare all’orecchio, quando stai per entrare – fino alla punta dell’alluce…» – aggiunge con la faccia malandrina di chi sa già tutto.
Gli sportelli si chiudono l’uno dopo l’altro in un tonfo sordo, il rombo del motore squarcia la quiete notturna e l’auto si allontana per la strada ciottolata diventando sempre più piccola con la distanza, coi fari accesi per guidarla nell’oscurità, ma tu non puoi più vederla perché a questo punto ci sei dentro. Si dirige sicura seguendo le indicazioni dei cartelli stradali, quelli che puntano verso l’ignoto, verso la nuova vita, verso la via in cui abita la felicità e lì sosterà, aspettando che esca dal portone di casa per invitarla a fare un giro e mostrarle quanto è bella la città rischiarata dalle luci della notte.

Adesso puoi anche smettere di immaginare tutto: c’è solo da vivere.

 

 

 

 

 

🎧 : Wakin on a pretty day – Kurt Vile

 


Credits
Immagine in evidenza: Babeth Lafon

Le scarpe nuove (primo tempo)

Immagina che un paio di scarpe rappresenti tutto il mondo in cui stai vivendo e che tu possa averne un solo, unico, paio nel quale camminare e vivere.

Immagina ora che qualcuno ti abbia appena mostrato ammiccante o che tu, sola, passeggiando per le vie della città e guardando le vetrine, abbia visto un paio di scarpe nuove bellissime, oppure semplicemente le stia immaginando nella tua testa.

Un nuovo mondo in cui infilarti a piedi nudi e fibrillanti.

Le scarpe vecchie che hai indosso sono ormai usurate, la pelle è molto morbida perché sono di buona qualità ed ottima fattura, ma presenta delle pieghe, come anziane rughe, proprio nel punto che hai forzato di più, dove il dorso del piede si flette per permetterti di andare avanti. Non ti piacciono tanto quei segni perché le rovinano, inevitabilmente. Sono anche un po’ graffiate, anche se il pellame ha un bellissimo color borgogna che è migliorato col tempo; una volta era il tuo colore preferito, adesso invece prediligi il blu notte, sebbene anche il borgogna ti piaccia ancora molto. Il tacco medio basso slancia poco, tuttavia è perfetto per tutti i giorni; anch’esso è però un po’ rovinato, nonostante il calzolaio abbia sostituito diversi soprattacchi che ogni volta sembravano farlo tornare quasi come nuovo. La punta, a dirla tutta, è un po’ fuori moda, perché è tonda e adesso si usano quelle molto appuntite; quelle che secondo mio cugino servono per ammazzare le formiche negli angoli. Mi fa sempre ridere questa cosa, quando ci penso.

È vero, potresti aspirare ad avere scarpe più belle, più nuove, più alla moda, ma… c’è un ma. Quelle scarpe sono tanto, tanto comode! Le infili la mattina come fossero guanti e la sera, a volte, dimentichi di toglierle perché ormai ci sei talmente abituata che sono diventate parte di te. Ogni tanto, però, ti capita di guardarle e c’è qualcosa che proprio non ti va giù. Di solito accade quando le metti a confronto con quelle sfavillanti che portano taluni o quando ti prepari di tutto punto per uscire, metti il tuo vestito più bello e ti senti favolosa dalla testa diciamo… alle caviglie, perché poi guardi in basso allo specchio e storci il naso in sincronia con la bocca perché qualcosa non ti convince. Perché stonano un po’ e perché vorresti essere favolosa tutta quanta, fino alla punta dell’alluce… Poi, però, a notte fonda, dopo essere tornata a casa, le ringrazi perché non ti hanno martoriato i piedi dopo aver ballato per tante ore di fila e alla fine le ami ancora e ti dispiace di averle denigrate prima.
Hai anche pensato di riportarle dal calzolaio per vedere se riesce a farle tornare come nuove e lui ti ha detto che sì, può migliorarle un po’, ma farle tornare come prima è praticamente impossibile e le pieghe antipatiche rimarranno sempre lì, che devi fartene una ragione ed accettarle. Può solo rimodellare un po’ la punta, probabilmente, alzare di pochissimo il tacco, lucidarle con lo spray dall’odore buonissimo che da piccola ti faceva venire voglia di fare la calzolaia di mestiere o di vivere in una calzoleria solo per sniffarlo sempre.
Ma le pieghe rimarranno.
E, soprattutto, per quanto s’impegni, per quanto certosino il suo lavoro possa essere, una cosa non potrà mai ricrearla: l’emozione, l’effimera gioia di avere un bel paio di scarpe nuove di zecca, pronte per essere sfoggiate alla prossima uscita.

E così ti ritrovi a sognarle, a pensarci la notte mentre ti giri nel letto, a immaginare come ci si debba sentire standoci dentro. Ormai sta diventando quasi un pensiero ossessivo: le scarpe nuove, le scarpe nuove, le scarpe nuove; tipo un mantra tibetano che, però, ti fa solo angosciare.

Come sarà mai, poi, stare dentro queste scarpe nuove? Faranno male all’inizio? Sicuramente un po’ sì. Ti riempiranno il piede di vesciche dolorose? Dovrai metterti i cerotti? I tuoi piedi riusciranno ad adattarsi in fretta alla nuova dimora? E se rimpiangessi l’altro paio che, sebbene le pecche, alla fine dei conti, non ti faceva penare troppo? Il prezzo da pagare per essere più felici è forse quello di soffrire un po’ prima? Le domande e i dubbi stanno diventando infiniti, sconfinando in riflessioni esistenziali, come accade spesso, quando ci si trova davanti a scelte importanti.

Ci sarebbe poi da aggiungere un’altra cosa: le scarpe nuove solo se sei molto, ma molto, fortunata, le trovi a portata di mano, nel negozio davanti casa tua o poco più distante. Di solito, se le vuoi davvero, devi prima faticare per raggiungerle; potrebbero, per esempio, essere in un posto impervio – a voler esagerare – sulla vetta di una grossa montagna o dall’altra parte del mondo. Dipende. Il più delle volte è una via di mezzo fra i due estremi; un posto faticoso da raggiungere, sì, ma tutto sommato fattibile, se solo non si mettessero di mezzo la paura e la pulce del pentimento nell’orecchio che ti inducono a temporeggiare.

Immagina ora di esserti presa di coraggio e decidi di andarle a prendere per studiarle meglio. Fai un po’ di sacrifici prima di arrivarci e, ogni tanto, lungo il percorso ti guardi i piedi e chiedi sottovoce scusa alle tue vecchie scarpe che ti stanno accompagnando, forse, a mandarle in pensione.

Ed eccole lì, le scarpe nuove, finalmente sei riuscita a raggiungerle! Non resisti alla tentazione e le agguanti al volo per scrutarle da vicino. Sono di un bel blu notte, un po’ più alte di quelle che hai; il tacco è più sottile e la pelle lucida; starebbero molto bene, ti viene in mente, su quel vestito nuovo verde e blu a fantasia batik che hai comprato da poco. Hanno un odore intenso e vagamente pungente che ti pizzica dentro le narici fin su all’apice del naso, ma ti provoca anche un certo brivido di piacere misto a trepidante curiosità. L’istinto di indossarle subito è forte, ma devi resistere e non esser precipitosa, allora le metti strette strette sotto al braccio per portarle fino a casa.

Anche il ritorno richiede un po’ di sforzo, ma è quasi una discesa paragonato all’andata e poi la fatica è quasi azzerata dall’impazienza che ti fa correre come una forsennata per arrivare a destinazione, come se lì ti aspettasse un pacco regalo da essere scartato con avidità la mattina di Natale.

Sembra davvero che tu abbia già fatto la tua scelta…

(fine primo tempo)

 

 

Immagina adesso di essere arrivata a casa. Hai le scarpe vecchie un po’ sudicie per la pioggia ed il fango che ti hanno sorpreso a metà del tragitto, le altre invece sono illese, dato che le hai tenute al riparo dentro al cappotto, sempre strette sotto il tuo premuroso braccio…

(continua…)

 

 

 

🎧 :  Please, please , please let me get what I want – The Smiths


Credits

Immagine in evidenza: Johanna Asseraf

 

 

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